Tornato a casa, ripensai alla bellezza di quella connessione (alcohol based) tra comportamento umano, numeri immensi e galassie. Mi dissi che dovremmo concederci più spesso simili momenti di contemplazione: piccole pause capaci di alleggerire l’attesa in una coda, di dissolvere l’irritazione in fila alle poste o di allontanare pensieri inutili.
Perché la bellezza non si manifesta soltanto nelle vastità cosmiche, ma anche nelle minuscole, quasi invisibili meraviglie quotidiane. È negli sguardi distratti di chi ci passa accanto, in una foglia che resiste al vento, nel silenzio improvviso che cala in una stanza affollata, o nel profumo familiare di un caffè al mattino. Frammenti che spesso ignoriamo, ma che ci ricordano come esista un’armonia più grande della nostra frenesia.
Questa bellezza è una medicina che nessun medico prescrive, eppure essenziale: nutrimento per l’io interiore, energia silenziosa che rinforza i muscoli mentali e ci permette di affrontare il peso dei giorni. È una riserva nascosta, pronta a emergere se impariamo a coltivarla come fosse un giardino segreto.
Concedersi di abitare questi pensieri, o imparare a richiamarli quando più ci servono, diventa un atto rivoluzionario. Un balsamo contro stress e ansie, un promemoria di bellezza che ci accompagna nelle giornate interminabili, nelle scadenze che incombono, nei momenti di inquietudine che nessuno vede. In fondo, allenare lo sguardo alla bellezza non è un lusso, ma una forma di sopravvivenza emotiva.
E sono certo che qualche università del Michigan ci avrà già dedicato uno studio, con dati e grafici a confermarne l’efficacia.
Io, però, preferisco pensare che questa sia una verità intuitiva, accessibile a chiunque sappia fermarsi ad ascoltarla.
Ma prometto che però indagherò per uno dei prossimi redazionali. Anche se forse la ricerca più importante resta quella personale: imparare a scorgere, ogni giorno, quel pezzo di te nell’universo.