Frankenstein Junior: quando il mostro ci somiglia più di quanto pensiamo.

by Reo Aromi

Era il 15 dicembre del 1974 quando Frankenstein Junior uscì per la prima volta nelle sale. Un film che non solo ha attraversato indenne un’epoca, ma ha continuato a vivere ben oltre il suo tempo, tornando ciclicamente sul grande schermo e conquistando generazioni che non erano ancora nate quando fu realizzato.

Non è mai diventato un sequel, non ha mai cercato di replicarsi. E forse è proprio questo uno dei motivi per cui è rimasto così intatto.

Diretto da Mel Brooks e scritto insieme a Gene Wilder, Frankenstein Junior è una parodia dei grandi classici horror degli anni Trenta, ma ridurlo a una semplice commedia sarebbe un errore. Il film è girato interamente in bianco e nero, una scelta controcorrente già negli anni Settanta. Non per nostalgia, ma per coerenza: Brooks e Wilder volevano entrare dentro quell’immaginario, rispettarlo, usarne il linguaggio per raccontare qualcosa di nuovo. Persino le apparecchiature elettriche utilizzate nel laboratorio sono le stesse dei film originali Universal.

Il risultato è un film che fa ridere ancora oggi, ma che sotto la comicità nasconde una riflessione sottile. Al centro non c’è solo la satira del mito di Frankenstein, ma una domanda più profonda: chi decide cosa è normale e cosa è mostruoso? Il Mostro interpretato da Peter Boyle non incute paura. È goffo, fragile, desideroso di essere accettato. In molte scene è più umano degli esseri umani che lo circondano. Ed è forse qui che il film diventa sorprendentemente attuale.

Personaggi come Igor, Frau Blücher o lo stesso dottor Frederick Frankenstein sono diventati iconici, ma non perché caricature vuote. Ogni figura è costruita con intelligenza, lasciando spazio a improvvisazioni che sono entrate nella storia del cinema. Mel Brooks dava libertà sul set, ma con una regola chiara: la comicità doveva essere sempre consapevole. Ridere sì, ma senza superficialità.

Rivedere Frankenstein Junior oggi, o scoprirlo per la prima volta, è un esercizio di sguardo. In un’epoca che premia l’immagine perfetta, l’efficienza, la performance continua, questo film ribalta tutto con leggerezza. Ci ricorda che la diversità non è un difetto da correggere, ma una forma di bellezza che emerge solo quando smettiamo di giudicare in fretta. Che dietro ciò che appare “sbagliato” spesso c’è solo qualcosa che non abbiamo ancora imparato a comprendere.

Non è un caso che il film continui a essere riproposto nelle sale come evento speciale. Frankenstein Junior non appartiene al passato: è uno di quei racconti che funzionano perché parlano dell’essere umano, non di una moda. Insegna a non fermarsi alla superficie, a ridere dei ruoli, a riconoscere che anche ciò che ci spaventa può diventare familiare se impariamo a guardarlo meglio.

A distanza di cinquant’anni, resta un piccolo capolavoro di intelligenza e umanità. Un film che fa ridere, sì, ma che lascia anche qualcosa addosso.

Come tutte le storie che vale la pena rivedere.

 

E come direbbe il dottor Frederik, Frankenstein: “Si… può… FARE!!!

 

Author: Reo Aromi