Il termine “synthographer” nasce dall’evoluzione dell’AI generativa e descrive chi crea immagini sintetiche utilizzando piattaforme capaci di trasformare un’idea in una scena. Ma non si tratta di una pratica tecnica: è un atto creativo. Il synthographer pensa come un autore, non come un operatore. La sua attenzione è rivolta alla costruzione dell’immagine, alla direzione della luce, alla scelta dei colori, della materia, del tempo emotivo. L’obiettivo fotografico diventa un’estensione della mente più che della mano, e la macchina è un interprete, non un protagonista. La tecnologia amplifica ciò che l’essere umano decide di immaginare, lasciando all’autore l’essenza del processo creativo.
Questa nuova estetica porta con sé un’idea di bellezza diversa, fluida, mentalizzata. Non più soltanto il documento del reale, ma il racconto del possibile. Il synthographer costruisce ciò che non esiste, non per ingannare, ma per esprimere. Le sue immagini sono scenari che vivono tra fantasia e memoria visiva, combinando riferimenti culturali, sensibilità artistica e immaginari personali. È una forma di creatività che non cerca limiti fisici: permette di essere in più luoghi contemporaneamente, di inventare volti, corpi, ambienti, persino stati d’animo visivi che sfuggono alla fisicità della fotografia tradizionale.
Non stupisce che il mondo della moda, dell’arte e dell’advertising guardi con crescente interesse a questa figura. La synthography permette rapidità, versatilità e la creazione di visual impossibili, offrendo allo stesso tempo spazio a un’identità autoriale riconoscibile nelle scelte estetiche, nella costruzione delle scene e nel modo in cui ogni immagine racconta una storia. Non è un’alternativa alla fotografia tradizionale, ma un suo ampliamento: due strade diverse che possono convivere e contaminarsi.
Resta però una domanda fondamentale: cosa rimane umano in un’immagine sintetica? Resta tutto ciò che conta davvero. L’intenzione, l’emozione, la selezione, la visione. La tecnologia esegue, ma l’essenza creativa è interamente dell’autore. Il synthographer non sostituisce se stesso con una macchina: usa la macchina per rendere visibile ciò che, fino a poco tempo fa, poteva solo immaginare.




