L’arte come una bomba che scuote. Intervista all’artista contemporanea Barbara Fragogna.

by Mario Innocente

Barbara Fragogna è un’artista visiva, curatrice indipendente ed editrice che vive e lavora tra Padova e Berlino. Nata a Venezia nel 1975, sviluppa negli anni una pratica multidisciplinare che attraversa pittura, installazione, performance, scrittura e disegno.

La sua ricerca, di forte impronta concettuale, indaga temi come l’identità, il fallimento produttivo, l’ironia, l’ansia, la sessualità e il paradosso, attraverso un linguaggio espressivo crudo e diretto che mette in discussione convenzioni sociali, estetiche e psicologiche.

Nel corso degli anni ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, collaborando con spazi indipendenti, gallerie e istituzioni. Dal 2005 al 2012 ha vissuto a Berlino, dove è stata curatrice artistica del Kunsthaus Tacheles, storico centro culturale alternativo europeo. È fondatrice di Edizioni Inaudite, progetto editoriale sperimentale che intreccia parola e immagine.

Accanto alla produzione artistica, si occupa di curatela e progettazione culturale. La scrittura, spesso di taglio ermetico, accompagna il suo lavoro visivo, alimentando un dialogo costante tra testo e immagine.

Figura ibrida e fuori dagli schemi, Barbara Fragogna sviluppa una poetica personale fondata su urgenza espressiva, auto-riflessione e critica sociale, offrendo una lettura lucida e ironica della condizione umana contemporanea. La scopriamo insieme in questa intensa intervista.

Come hai compreso che l’arte sarebbe diventata il tuo linguaggio principale? C’è stato un momento, un’intuizione o un passaggio che ha segnato l’inizio del tuo percorso artistico?

MAI! Cioè da sempre. Fin da bambina ho avuto una naturale attitudine per l’espressione creativa: disegnavo, smontavo e costruivo cose, leggevo molto. In famiglia circolava anche una sorta di racconto legato all’arte: mio padre dipingeva prima che io nascessi e smise quasi del tutto dopo, e c’era poi la figura di mia nonna, considerata una brava disegnatrice, a cui pare somigliassi. Tra suggestioni familiari e affinità istintive, mi sono sentita spontaneamente vicina a questo linguaggio.

Nonostante ciò, non ho intrapreso studi artistici ma tecnici, con la consapevolezza che l’arte sarebbe rimasta comunque una presenza costante nella mia vita, qualcosa di naturale, quasi fisiologico. Dopo il diploma ho lasciato Venezia e la formazione più “doverosa” per iniziare un tirocinio in uno studio di illustrazione e grafica. È stato lì che il mio rapporto con l’arte ha compiuto un vero passaggio, passando da esperienza principalmente istintiva a pratica più matura e consapevole, grazie a un ambiente capace di accogliere, nutrire e condividere il talento con persone affini.

Ogni artista sviluppa una sensibilità che ti accompagna per anni, a volte per tutta la vita. Qual è la matrice emotiva o immaginativa che senti essere sempre presente nelle tue opere, indipendentemente dall’evoluzione del tuo stile?

La matrice emotiva: l’amore per la libertà d’espressione, il tentativo di una comprensione dell’essere umano, la lotta per valorizzare il Sé, un forte senso polemico vascolarizzato dall’ironia che porti a una qualche soluzione pacifica.

La matrice immaginativa: il corpo umano come metafora del pensiero incarnato, una forte propensione per il mostruoso, il grottesco e il lato oscuro, un’euforia esplosiva per il colore di per sé, le fantasticherie e gli accrocchi assurdi.

7030 Beauty Factor parla di bellezza come dialogo tra interiorità ed esteriorità. Cosa significa per te “bellezza”? 

Quando mi trovo di fronte a qualcosa che considero bellissimo, provo una felicità immediata, quasi viscerale, simile all’innamoramento, e sento il desiderio di condividerla. Poiché per me tutto passa attraverso lo sguardo, ho la sensazione che gli occhi debbano aprirsi sempre di più, per accogliere quanta più esperienza, memoria e sensazione possibile.

La bellezza, per me, sta nell’evoluzione delle cose e delle persone, nella conoscenza e nella maturità che nascono dalla consapevolezza e dal tempo. È nelle espressioni oneste, prive di ipocrisia, e nella capacità di valorizzare ciò che si è e ciò che si ha. Anche se sappiamo che l’idea di bellezza è una costruzione culturale e quindi relativa, attraverso l’osservazione e il pensiero possiamo costruire i nostri canoni personali, che finiscono inevitabilmente per riflettere i nostri movimenti interiori.

Quando lavori a un’opera, senti la necessità di rivelare qualcosa di te o del mondo, o al contrario, di proteggerlo, occultarlo, trasformarlo? Esiste un momento in cui capisci che un’opera “ha detto ciò che doveva dire”?

Non sento la necessità di rivelare qualcosa di me. Forse questo valeva quando ero molto giovane e cercavo risposte autobiografiche. Con il tempo, e con un lavoro diventato più maturo e quasi “scientifico”, il mio mondo interiore è diventato uno strumento per dire altro, per analizzare il mondo, gli esseri umani, la storia e il cosmo.

Mi esprimo attraverso metafore e trasformazioni, anche in modo poetico ed ermetico. Anche quando il contenuto è razionale, non credo sia necessario comunicarlo in modo didascalico: una lettura più aperta favorisce interpretazioni diverse e amplia i punti di vista. Un’opera ha detto ciò che doveva dire quando è finita, quando non resta più spazio di senso, nemmeno per un dettaglio in più.

L’arte contemporanea potrebbe essere distante dal concetto tradizionale di bellezza. Tu credi che l’arte possa ancora essere uno strumento per coltivare la bellezza (esteriore o interiore) oppure ha anche un altro compito?

Il concetto tradizionale di bellezza esiste solo in superficie: tradizione di chi? Nell’arte, la bellezza è nel punto in cui si contorce la tensione dolorosa dell’infinita ricerca. È ciò che, quando lo incontri, tocca un punto sensibile ed estremizza le emozioni: la spinta dell’artista che, inaspettatamente, vibra su una tua corda.

Quanto al compito dell’arte, per me deve essere una bomba che scuote, nel bene e nel male. Come la letteratura, l’arte serve a far pensare, sensibilizzare, dare strumenti e aprire gli orizzonti, anche se oggi il mondo dell’arte visiva resta spesso piccolo ed elitario.

Qual è per te il confine tra finzione e autenticità nel processo artistico? 

Nel mio processo artistico credo che tutto sia elaborato autenticamente, non c’è finzione. Le immagini che si cristallizzano su tela e carta o altrove sono la diretta decodificazione degli impulsi del mio cervello, cosa ci potrebbe essere di non autentico? Ma in generale non credo ci sia un confine semplicemente perché non c’è finzione. Nemmeno quando sembra che ci sia.

Raccontaci come inizi un progetto: da un’immagine, da un pensiero, da una tensione emotiva? Come costruisci il tuo linguaggio visivo affinché resti unico e riconoscibile?

Non ho mai un’idea quando inizio un lavoro, anzi, è quasi proibito.

Mi annoia partire da uno schizzo o da un’immagine iniziale: se sto cercando qualcosa, non posso già sapere cosa. Negli ultimi anni il processo è diventato totalmente casuale, anche se questo “caso” attinge a una stratificazione di sedimenti interiorizzati. Preparo la tela, stendo i fondi di colore e poi il lavoro prende forma.

Lavoro per serie, ma si dichiarano da sole: non decido io quando iniziano o finiscono, una serie si chiude quando ne nasce un’altra. Questo è sempre legato agli interessi che emergono in un determinato periodo. EXOPLANETS, ad esempio, nasce tra il 2020 e il 2021, nel periodo post-pandemico, mentre mi confrontavo intensamente con temi come cosmologia, fisica e fantascienza.

Da una fase di forte caos personale e collettivo sono emersi questi cosmi che contengono, esplodono e si ricreano: una catarsi personale che però parla del mondo. Parallelamente ho sviluppato altri progetti, pittorici e non, legati a temi e momenti differenti.

Viviamo immersi in immagini rapide, effimere, spesso artificiali. Qual è, secondo te, la forza dell’arte oggi? È ancora capace di sorprendere, di spiazzare, di far pensare, o dovrebbe trovare linguaggi nuovi per riuscirci?

L’arte visiva oggi non ha molta forza perché quella di cui possiamo fruire è filtrata dalle dinamiche di mercato. C’è molta decorazione, si sentono poco le voci di chi fa ricerca, ce ne sono molte, ma emergono molto difficilmente. Troppo poco. La forza dell’arte sta nella resistenza degli artisti (non nella resilienza), che resistono continuando a lavorare nonostante tutto.

Non dobbiamo per forza cercare linguaggi nuovi, io credo nel contenuto, nel concetto, nello sviluppo delle idee. L’innovazione fine a sé stessa può solo sfociare in una moda passeggera.

Se guardi alla te stessa di molti anni fa, quale forma di bellezza pensi di portare ancora oggi nel tuo lavoro? E quale, invece, hai dovuto ricomporre, trasformare o abbandonare?

Da un punto di vista estetico mi porto la bellezza e la forza attrattiva del colore. Ho lasciato indietro la rabbia violenta che ho trasformato in ira funesta.

C’è un messaggio che desideri lasciare ai lettori di 7030 Beauty Factor riguardo la bellezza? Un pensiero, un’immagine, un’intuizione?

Si assolutamente.

Vi chiederei di cercare intorno a voi la timida bellezza dei topi da cantina che lavorano i propri intestini all’uncinetto.

Fidatevi del vostro gusto e del vostro giudizio. Va bene tutto quello che vi smuove, perché è un vostro riflesso ed ha il valore che solo voi potete dargli. Abbiate rispetto per il vostro desiderio e cercate di aprirvi al punto di vista dell’altro, ne potrà nascere un dialogo costruttivo, bellissimo per entrambi.

Un grazie di cuore a Barbara Fragogna per averci dedicato, in tutti i sensi, un pezzo della sua arte.

 

Author: Mario Innocente