Ero giunto fin lì con il taccuino colmo di domande sulla guerra e sui mercati russi, ma l’uomo che ero non era pronto per la donna che trovai.
Barbe-Nicole Clicquot Ponsardin non sedeva dietro una scrivania di mogano intarsiato. Se ne stava in piedi nelle viscere della terra. Una silhouette scura e minuta contro il chiarore fioco di una candela, intenta a osservare una bottiglia capovolta con un’intensità che sfiorava l’ossessione.
Mi avvicinai con cautela, il rumore dei miei passi attutito dal tufo e, quando lei si voltò, non vidi la stanchezza di una giovane vedova che lottava per un impero, ma la scintilla di una inventrice che ha appena sfidato le leggi della natura.
Mi porse la bottiglia senza troppi convenevoli, indicando i depositi torbidi che si accumulavano contro il tappo e mi disse:
«Ditemi, Monsieur, trovate che questa vista sia degna di un momento di celebrazione? Berreste voi un elisir che porta in sé il fango del suo passato?»
«Madame», risposi un po’ intimorito. «A dire il vero, il mondo intero considera già lo Champagne un miracolo della natura. Queste velature sono ritenute un segno di autenticità, quasi un male necessario per godere di tale ebbrezza».
Lei scosse il capo con una risolutezza che non ammetteva repliche, un gesto che fece danzare le ombre sulle pareti di pietra.
«Il mondo si accontenta perché non ha ancora visto la luce libera, Monsieur», disse con tono fermo. «Il piacere non può essere parziale e la vera bellezza richiede una trasparenza che permetta al raggio di sole di attraversare il cristallo senza incontrare ostacoli».
Si fermò un attimo a guardare la bottiglia che teneva in mano e aggiunse. «È una questione di rispetto per l’occhio, prima ancora che per il palato. Guardate questo tavolo, cosa ne pensate?»
Mi indicò un bizzarro mobile di legno, un asse forato che sembrava più lo strumento di un artigiano che l’arredo di una cantina.
«Sembra quasi uno strumento di tortura per il vetro, Madame. Qual è il suo scopo?» chiesi.
«È il mio table de remuage» mi rispose. «Ho chiesto ai miei uomini di scuotere e ruotare ogni singola bottiglia, giorno dopo giorno, finché ogni impurità non si sia arresa alla gravità, scivolando verso il collo», mi disse fiera. «Guardi bene. Perché accettare che la spuma sia velata solo perché è sempre stato così è un insulto all’intelligenza. Abbiamo il dovere di estrarre il fango per lasciare solo la purezza. Solo nella purezza risiede la vera eleganza».
Rimasi in silenzio, non aveva tutti i torni d’altronde.
Osservando quella donna che stava applicando alla terra la stessa cura che un orafo dedica a un diamante grezzo.
Poi, indicando una delle casse pronte per la spedizione, chiesi:
«E questo colore, Madame? Questo giallo così vivo, quasi sfrontato per le vostre etichette… Non temete che sia un eccesso di audacia per le tavole più austere d’Europa?»
Lei sorrise per la prima volta, un lampo di ironia che le illuminò il volto severo.
«L’audacia è la veste della vittoria, Monsieur», rispose senza esitazioni «Se l’interno della bottiglia è la perfezione della luce, l’esterno deve essere la promessa del sole. La bellezza è un segnale, un richiamo che deve brillare da lontano per dire a chi guarda che lì, dentro quel vetro, non c’è solo un vino, ma un frammento di splendore catturato con fatica».
Mi guardò dritto in volto e mi chiese: «Voi cercate una storia di commercio, ma io vi sto offrendo una storia di luce. La scriverete?»
Uscendo da quelle cantine, mentre il sole della Champagne tramontava infuocando l’orizzonte di un arancio che somigliava terribilmente alle sue etichette, guardai il mio taccuino e capii che non avrei scritto un pezzo sulla finanza o sulle rotte commerciali. Avrei scritto della bellezza come atto di ribellione.
Madame Clicquot non aveva solo inventato un metodo di produzione, aveva stabilito che la bellezza, quella vera, è il risultato di un lavoro incessante contro l’oscurità, una ricerca metodica della trasparenza che non accetta compromessi. Mi resi conto che, da quel giorno in poi, non avrei più potuto guardare un calice di Champagne senza cercarvi dentro la stessa inflessibile, meravigliosa ricerca della perfezione.


