Il naso sa tutto. Quel profumo che ti entra in testa (e non esce più).

di Anna Marie Ley

Succede in meno di un secondo. Sei per strada, passa qualcuno, e all'improvviso sei altrove. Non in senso metaforico, ma il tuo cervello ha letteralmente abbandonato il marciapiede e si è materializzato in cucina, a casa di tua nonna, un pomeriggio di novembre di vent'anni fa.

Nessun altro senso è in grado di fare quello che fa l’olfatto. La vista può commuovere certo, la musica può spaccare il cuore, ma solo un odore ti teletrasporta nel tempo con quella precisione chirurgica e quella violenza emotiva che lascia senza parole. E tutto comincia da un naso e da qualcosa che fluttua nell’aria.

Ma partiamo dall’inizio, che in questo caso è davvero microscopico.

Le molecole odorose (tecnicamente dette molecole volatili) sono strutture chimiche così piccole e leggere da potersi staccare da una superficie e galleggiare nell’aria. Quando apri un barattolo di caffè, quello che chiami “profumo” è in realtà una nuvola di centinaia di composti chimici diversi che si alzano in volo verso di te. Alcuni di questi composti sono presenti in quantità minime, eppure bastano a costruire l’intera architettura olfattiva che il cervello riconosce come caffè.
La precisione di questo sistema è imbarazzante. Un essere umano medio, riesce a percepire certe molecole anche quando sono presenti nell’aria a concentrazioni di una parte per trilione. Per darvi un’idea, è come trovare un granello di zucchero sciolto in un milione di litri d’acqua e riconoscerne il sapore.

Una volta nell’aria, queste molecole entrano nel naso e raggiungono una piccola regione chiamata epitelio olfattivo, nascosta in fondo alla cavità nasale, in un punto così scomodo evolutivamente che sembra quasi un ripensamento.
Lì si trova la vera magia. Circa sei milioni di neuroni olfattivi specializzati, ognuno dotato di ciglia finissime coperte di recettori.
Ogni recettore è una proteina che funziona come una serratura molto selettiva, che si apre solo se arriva la chiave giusta, ovvero la molecola con la forma tridimensionale giusta. Gli esseri umani possiedono circa quattrocento tipi di recettori olfattivi funzionali, i topi, per fare un paragone, ne hanno mille. E questo vi fa capire quanto la natura abbia investito in questo sistema in modo diseguale a seconda delle esigenze di sopravvivenza.
Ma quattrocento serrature diverse, combinate tra loro in modo variabile, permettono di distinguere teoricamente più di un trilione di odori. Sì hai letto bene, un trilione. Il vostro naso è molto più sofisticato di quanto abbiate mai sospettato.

Quando la molecola si lega al recettore giusto, il neurone si eccita e manda un segnale elettrico direttamente al bulbo olfattivo, una struttura del cervello che si trova proprio sopra la cavità nasale e che ha il privilegio di essere la prima tappa della catena percettiva. Il fatto interessante (e qui si comincia a capire perché certi odori ci travolgono emotivamente) è che il bulbo olfattivo non manda il segnale a una centrale di smistamento neutrale. Lo manda direttamente al sistema limbico l’amigdala, che gestisce le emozioni, e l’ippocampo, che gestisce la memoria.

Tutti gli altri sensi fanno prima uno scalo al talamo, una specie di hub cerebrale di smistamento, prima di diventare percezione consapevole.
L’olfatto no. È un canale diretto, quasi una linea rossa, tra il mondo esterno e le parti più antiche e viscerali del cervello. Questo spiega perché certi odori non si “capiscono”, ma si sentono, con tutto il corpo.

Pensate all’odore di terra bagnata dopo la pioggia.
Ha persino un nome scientifico, petricore, ed è prodotto principalmente da un composto chiamato geosmina, rilasciato da batteri del suolo quando vengono colpiti dalle prime gocce d’acqua. Gli esseri umani sono straordinariamente sensibili alla geosmina (la cui soglia di percezione è bassissima) forse perché per i nostri antenati sapere che stava piovendo significava trovare acqua potabile. Il naso è quindi (o era), uno strumento di sopravvivenza prima ancora che di piacere estetico.

Oppure pensate all’odore di pane appena sfornato, che non è quasi mai quello del pane in sé ma di una cascata di reazioni chimiche tra zuccheri e aminoacidi chiamata reazione di Maillard, la stessa che produce la crosticina dorata su una bistecca. Il cervello ha imparato ad associare quell’odore a calore, nutrimento, sicurezza e lo fa in millisecondi, ben prima che la mente conscia abbia formulato il pensiero “che buon profumo”.

Quello che chiamiamo “profumo” di un oggetto non è mai quindi una singola molecola ma un accordo complesso, quasi una composizione musicale. Il cervello non decodifica ogni molecola separatamente come farebbe un cromatografo di laboratorio, le integra tutte insieme in un pattern unico, una sorta di firma chimica.
È per questo che una fragranza di lusso composta da centinaia di ingredienti viene percepita come un’unica entità, un carattere, non come una lista della spesa. I profumieri lo sanno bene, lavorano per strati, note di testa che evaporano per prime, note di cuore che si dispiegano dopo venti minuti, note di fondo che rimangono sulla pelle per ore. E l’abilità sta proprio nel costruire un racconto olfattivo che evolve nel tempo mantenendo una sua coerenza narrativa. È un’arte che dialoga con la neurologia molto più di quanto i suoi praticanti ammettano esplicitamente.

E poi c’è il cosiddetto effetto Proust, dal celebre episodio della madeleine nella Recherche. Non è una metafora letteraria ma un fenomeno neurologico documentato.
La connessione diretta tra sistema olfattivo e ippocampo fa sì che i ricordi associati agli odori siano spesso più vividi, più carichi emotivamente e più resistenti all’oblio rispetto ai ricordi visivi o uditivi.
Uno studio della Rockefeller University ha dimostrato che dopo un anno si ricorda circa il 35% di ciò che si è annusato, contro il 5% di ciò che si è visto.

Questo meccanismo ha anche un risvolto più sottile: l’odore non è mai neutro.
Il cervello lo colora immediatamente con un giudizio di piacevole o spiacevole, sicuro o pericoloso, familiare o estraneo, e questo giudizio avviene a livello pre-conscio, prima ancora che si possa intervenire razionalmente. È forse il senso più onesto che abbiamo, quello su cui è più difficile mentire a se stessi.

 

Si può fingere di apprezzare un quadro brutto per fare bella figura, ma è molto più difficile simulare entusiasmo per un odore che il proprio sistema limbico ha già classificato come intollerabile. Il naso, in questo senso, è un detector di autenticità.

 

Quello che è già chiaro è che stiamo parlando di un sistema di percezione antichissimo, evolutivamente più antico della corteccia cerebrale stessa, un sistema che il progresso tecnologico non ha ancora imparato a replicare, digitalizzare o sostituire. Nessun algoritmo sa cosa vuol dire sentire l’odore del mare da bambini.
Nessuno schermo sa ricreare il profumo di una persona amata che non c’è più.

Il profumo che senti nell’aria in questo momento, quello del caffè del vicino, del legno del pavimento, dell’aria che entra dalla finestra, della pioggia che sta arrivando (per i più allenati), sta già scrivendo qualcosa da qualche parte nel tuo cervello.
Silenziosamente, automaticamente, con una precisione che dovrebbe lasciarti stupito.

 

Il naso sa tutto. E non dimentica niente. Ricordalo.

 

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Autore: Anna Marie Ley

Fotografie © Engin Akyurt | © Annie Spratt