Qual è stata la tua ferita più utile, o l’esperienza che ti ha resa più forte?
Credo che ci siano due esperienze, una professionale e una personale, che più di altre mi hanno messa alla prova, mi hanno trasformata e mi hanno resa la persona che sono oggi.
Dal punto di vista professionale, sicuramente l’esperienza a Udinese Channel ha rappresentato una delle mie più grandi palestre di crescita. Per la prima volta ho lasciato casa, mi sono trasferita in un’altra città e mi sono ritrovata in un ambiente, quello del calcio, che conoscevo poco e che richiedeva grande preparazione, determinazione e capacità di adattamento.
È stata una sfida enorme, soprattutto perché sono sempre stata una persona molto esigente con se stessa, perfezionista e con il desiderio di dimostrare di essere all’altezza delle opportunità che ricevevo. In quel periodo ho lavorato tantissimo, spesso mettendomi alla prova ogni giorno, con la consapevolezza che avrei dovuto conquistarmi il mio spazio attraverso il mio impegno e la mia professionalità.
Quell’esperienza mi ha insegnato a credere nelle mie capacità anche quando gli altri non lo fanno, e mi ha dato una sicurezza che porto con me tuttora.
La seconda esperienza, quella più personale, è stata la perdita di mio padre.
È una ferita che naturalmente non si cancella, ma che nel tempo mi ha insegnato moltissimo. Da quel momento ho sentito di dover crescere più velocemente, come se avessi perso quella sensazione di avere sempre qualcuno pronto a proteggermi o a sostenermi nei momenti di difficoltà.
È stato un passaggio importante della mia vita, quello in cui ho iniziato davvero a sentirmi responsabile delle mie scelte e del mio percorso. In qualche modo è stato il momento in cui sono entrata definitivamente nella vita adulta.
Entrambe queste esperienze, anche se in modi completamente diversi, mi hanno insegnato la stessa cosa, che la forza non significa non avere paura o non soffrire, ma imparare a trasformare le difficoltà in consapevolezza, crescita e capacità di andare avanti. Oggi sono grata anche a quelle parti del mio percorso, perché hanno contribuito a costruire la donna e la professionista che sono.
Guardando una tua foto da bambina, quale forma di “bellezza” pensi di portare ancora con te oggi?
È una domanda che mi emoziona, perché, a dire la verità, non ho mai avuto un rapporto semplice con la bambina che sono stata.
Ancora oggi, quando riguardo le fotografie delle elementari e delle medie, riaffiorano sensazioni non sempre piacevoli. Mi riferisco soprattutto al lato estetico. Sono sempre stata una buona forchetta e da bambina questo si vedeva. Per molto tempo ho guardato quelle immagini con uno sguardo severo, quasi giudicante.
Oggi, però, cerco di soffermarmi meno sull’aspetto esteriore e di guardare negli occhi quella bambina. Ed è lì che ritrovo qualcosa di prezioso, una gioia autentica, una curiosità inesauribile e un amore profondo per la vita che, nonostante tutto, non mi hanno mai abbandonata.
C’è una caratteristica che sento di aver conservato negli anni, anche quando la vita non è stata sempre gentile con me, ed è il sorriso.
Non ho mai smesso di credere che, anche nei momenti più difficili, esista sempre uno spiraglio di luce. Ho sempre cercato il bello nelle persone, nelle esperienze e nelle piccole cose quotidiane.
A quella bambina, oggi, sento però di voler chiedere scusa per tutte le volte in cui l’ho giudicata con gli occhi dell’insicurezza, senza riconoscere il suo valore. Per tutte le volte in cui la sua luce si è affievolita perché pensava di non essere abbastanza.
Ed è proprio da lei che ho ereditato la forma di bellezza più importante, ovvero la libertà di essere me stessa, il coraggio di inseguire ciò che amo e la capacità di vivere ogni esperienza con entusiasmo e passione. E forse la vera bellezza che porto ancora con me è proprio questa: non aver mai smesso di guardare la vita con gli occhi di quella bambina, che, nonostante tutto, ha sempre scelto di sorridere.