Il peso di un addio a quattro zampe.

di Reo Aromi

Ammettiamolo subito, senza troppi giri di zampe: c'è una ciotola che resta piena, un guinzaglio appeso all'ingresso che nessuno ha più il coraggio di staccare, un cuscino che sembra ancora custodire il calore di un corpo che non tornerà ad accoccolarcisi.

Ed è in quel silenzio nuovo, quello che fino a ieri veniva riempito da un miagolio impaziente alle sette del mattino o da uno scodinzolio isterico al rientro dal lavoro, che ci si accorge di una verità semplice e un po’ devastante: gli animali non ci regalano solo compagnia, ci regalano un’abitudine, un orologio biologico, un modo tutto loro di farci sentire attesi che nessun essere umano, per quanto affettuoso, sa replicare allo stesso modo.

Perché loro non recitano mai una parte. Non chiedono come sia andata la giornata per pura educazione, esultano sul serio quando torni, magari sei stato via dieci minuti a buttare la spazzatura, ma per loro è comunque un evento degno di una sorta di standing ovation.

Ecco perché quando se ne vanno, che siano un cane, un gatto, un cavallo che ci ha portato in giro per vent’anni, persino un pitone che si limitava a guardarci con aria di sufficienza da dietro il vetro del terrario, o una tartaruga, il lutto è reale, sacrosanto, e va trattato come tale, altrimenti si finisce a sentirsi dire la frase più inutile dell’umanità intera: «Dai, era solo un animale».
No. Non era solo un animale. Era quello che ti aspettava dietro la porta.

E pare, e a pensarci bene sarebbe anche per certi versi scontato, che questo legame non sia solo sentimentale, ma abbia radici evolutive piuttosto antiche.
Miliardi di anni fa, prima di raddrizzarci sui due piedi e inventare l’automobile, anche noi eravamo tetrapodi a quattro zampe, pelosi, e probabilmente con un pessimo senso dell’orientamento. Insomma, il nostro corpo ricorda ancora quella postura, quella fiducia primordiale nel branco, nel gruppo che si scalda insieme.
Non stupisce quindi che il nostro cervello risponda a uno sguardo canino o felino (ma anche di altri animali e animaletti) rilasciando ossitocina, lo stesso ormone del legame tra madre e cucciolo. Insomma, biologicamente, li riconosciamo come famiglia, punto.

Quindi se dopo la perdita di un animale vi sentite più fragili del previsto, sappiate che non state esagerando. State semplicemente onorando un’alleanza vecchia quanto la storia dei vertebrati.
Prendetevi il tempo per piangerli, per ridere ricordando quella volta che hanno rovinato il divano nuovo, per lasciare la ciotola dove sta ancora per qualche giorno. Non è ossessione, è rispetto.

E se un giorno deciderete di riaprire il cuore a un animale, sappiate che non sarete infedeli a chi non c’è più, sarete semplicemente, di nuovo, quello che siamo sempre stati. Un branco.

Autore: Reo Aromi

Foto © Helena Lopes | Unsplash