Tutto comincia alla fine dell’Ottocento con un chimico americano di nome Wilbur Olin Atwater, figlio di un pastore metodista, che dopo un periodo di studi in Germania torna negli Stati Uniti con un’idea precisa in testa: misurare l’energia del cibo esattamente come si misura quella del carbone o della legna, bruciandolo e registrando il calore che sprigiona.
Con la sua bomba calorimetrica incenerisce migliaia di alimenti, poi nutre gruppi di studenti universitari con diete controllate e raccoglie persino i loro residui organici per calcolare quanta energia il corpo non riesce ad assorbire. Da questo esperimento epico, quasi grottesco se visto con gli occhi di oggi, nascono i famosi valori Atwater.
Quattro calorie per grammo di proteine e carboidrati, nove per i grassi, numeri che ancora oggi, più di un secolo dopo, campeggiano identici su ogni confezione che compriamo al supermercato.
Il punto è che Atwater viveva in un’epoca con problemi molto diversi dai nostri.
Il suo obiettivo, dichiaratamente morale oltre che scientifico, era insegnare alla popolazione americana come nutrirsi a sufficienza, come non sprecare risorse, come vivere con parsimonia e disciplina, valori che affondavano le radici nella sua educazione religiosa.
La caloria nasce quindi come strumento per combattere la scarsità, non l’abbondanza.
Da indicatore per garantire che le persone mangiassero abbastanza, la caloria è diventata col tempo l’arma principale della guerra al grasso e, più in generale, di un rapporto ansioso e sorvegliato con il cibo.
Quando negli anni successivi si scoprì che i grassi contenevano più del doppio delle calorie di proteine e carboidrati, l’industria alimentare si affrettò a eliminarli dai prodotti, sostituendoli spesso con zuccheri semplici che di sano avevano ben poco. Il risultato, con il senno di poi, è stato quasi paradossale.



