Marco Zambaldo e l’archivio della bellezza.

di Mario Innocente

Per 7030 Beauty Factor la bellezza è un dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che mostriamo, tra l'anima e la sua messa in scena quotidiana. Poche persone raccontano questo dialogo con la naturalezza di Marco Zambaldo, professionista di spicco del mondo della moda, titolare dell'omonimo showroom, da anni un indirizzo di riferimento per brand e professionisti della moda e ideatore di MZ Archive, il progetto che reinterpreta l'iconico giubbotto militare M65 in pezzi unici e numerati. Ogni pezzo è un piccolo archivio di memoria e identità, cucito con il rigore e la cura del vero Made in Italy.

Collezionista d’arte contemporanea, viaggiatore curioso, osservatore per vocazione, Marco Zambaldo porta nel lavoro la stessa attenzione che riserva alle persone, quella di chi sa che un abito, per essere davvero elegante, deve prima di tutto essere vero.
Da qui parte una conversazione sincera e senza filtri, tra ricordi d’infanzia, il fascino per le uniformi militari, i viaggi che hanno riscritto il suo sguardo sullo stile, fino alla domanda che attraversa tutto il resto: quanto l’abito riesce a raccontare chi siamo davvero?

Perché per Marco l’abbigliamento non è mai stato un guscio, ma un linguaggio, uno strumento capace di rivelare (o tradire) la bellezza che portiamo dentro. Ed è proprio in questo confine sottile, tra ciò che indossiamo e ciò che siamo davvero, che si gioca tutta la sua storia.

7030 Beauty Factor racconta la bellezza come dialogo continuo tra interiorità ed esteriorità. Per te cosa significa questa parola, oggi, dopo tanti anni passati a lavorare con l’abito e l’immagine delle persone?

Per me oggi bellezza è soprattutto autenticità.
Dopo tanti anni, passati a lavorare nella moda, ho imparato che un vestito può valorizzare una persona, ma non può sostituirsi a ciò che la persona è. La vera bellezza nasce quando interiorità ed esteriorità riescono a dialogare.
Quando quello che indossiamo non è semplicemente qualcosa che ci sta’ bene ma riesce a raccontare qualcosa di noi del nostro carattere, del nostro modo di vivere e anche del momento che stiamo attraversando.
L’abito è anche un linguaggio. Più quel linguaggio è autentico, più la bellezza diventa qualcosa di particolarmente profondo che nulla ha a che fare con l’apparenza.

 

C’è un ricordo d’infanzia o di adolescenza legato al vestire, tuo o di qualcuno che hai osservato da vicino, che ha acceso in te la passione per questo mondo?

Il mio primo contatto con questo mondo è stato molto vicino a me: mia madre faceva la sarta.
Da bambino ero affascinato dal fatto che riusciva a costruire un capo praticamente dal nulla. C’era qualcosa di magico nel vedere un tessuto, un’idea e delle mani trasformarsi in un abito, in qualcosa che poi avrebbe preso forma su una persona.

Parallelamente, sono sempre stato molto affascinato dalle divise militari. Le ho sempre percepite come un’espressione di eleganza e, allo stesso tempo, di autorevolezza: le proporzioni, la precisione, la cura nei dettagli, ma anche il modo in cui una divisa riesce a comunicare immediatamente identità e ruolo.
Sono questi due aspetti che sicuramente, anche se apparentemente così diversi tra loro, hanno scaturito in me la grande passione per la moda.

In tutti questi anni nel settore moda, come hai visto cambiare il modo in cui l’abbigliamento racconta la bellezza delle persone? C’è stato un momento in cui hai sentito che qualcosa, in quel linguaggio, stava davvero cambiando?

Quando ho iniziato a lavorare nella moda, esistevano dei codici di stile più riconoscibili, c’era maggiore conoscenza e molti erano gli esempi di stile e di gusto. Nel tempo questo è cambiato.
Da una parte la moda si è liberata da molti schemi, una cosa senz’altro positiva, dall’altra però credo si siano progressivamente ridotti gli esempi di stile davvero edificanti, capaci di trasmettere cultura, misura e personalità.
I social poi, hanno accelerato enormemente questo processo. Hanno dato a tutti la possibilità di mostrarsi, ma non necessariamente quella di avere qualcosa da raccontare. L’immagine è diventata velocissima, continuamente sostituibile, e spesso il desiderio di apparire ha preso il posto della ricerca di esprimere qualcosa di sensato.

 

Tra tutti i luoghi che hai visitato, ce n’è uno il cui rapporto con l’estetica e lo stile ti è rimasto dentro, e che porti ancora con te nel tuo modo di guardare le persone e le cose?

Ho avuto la fortuna di visitare molti luoghi e molto diversi tra loro, e credo che ognuno, mi abbia lasciato qualcosa.
Se dovessi sceglierne due che, per ragioni completamente diverse, mi hanno insegnato molto nel modo di guardare l’estetica e lo stile, direi il Giappone e la California.

Il Giappone mi ha colpito per il rapporto quasi spirituale con la forma, il dettaglio e la misura.
È un luogo in cui l’estetica non è necessariamente qualcosa che deve essere esibito, anzi, può essere silenziosa, discreta, quasi nascosta. C’è una grande attenzione per la proporzione, per i materiali, per il gesto e per tutto ciò che spesso rischiamo di non vedere a un primo sguardo.
Il Giappone mi ha insegnato che l’eleganza può essere potentissima anche quando non cerca di attirare l’attenzione.

La California, al contrario, mi ha insegnato il valore della libertà.
Una libertà rilassata, spontanea, legata al corpo, alla natura e a un modo meno rigido di vivere l’abbigliamento. Lì ho ritrovato l’idea che lo stile non debba necessariamente coincidere con la formalità e che la semplicità, quando autentica, è potentissima.

Quanto conta l’abito nel definire chi siamo? Secondo te, quanto le persone riescono a esprimere la loro interiorità attraverso l’abbigliamento, e quanto invece lo utilizzano per somigliare a qualcun altro o a uno stereotipo?

L’abito conta molto, perché è una delle prime forme attraverso cui comunichiamo qualcosa di noi, ancora prima di parlare. Non credo però che possa definire completamente una persona. Può raccontarla, suggerirne il carattere, il gusto, il modo di stare al mondo, ma non piò sostituirsi alla sua interiorità. Il rischio è usare l’abito per omologarsi, seguire una tendenza o assomigliare a qualcun altro. Voler emulare qualcuno che spesso ha ben poco di interessate da mostrare ma che ha sicuramente una pletora informe di adepti.

 

Sei molto vicino al mondo dell’arte e del design: che ruolo pensi debbano avere oggi l’arte e le arti visive nel dare un significato più profondo alla parola bellezza?

Per me l’arte è sempre stata la mia più grande passone sia come collezionista che come semplice fruitore.
Penso che l’arte abbia la capacità di fermarci e di obbligarci ad osservare con maggiore attenzione. Non ci offre necessariamente una bellezza immediata, rassicurante. Spesso anzi, ci mette davanti a qualcosa che ci interroga, che ci emoziona o addirittura che ci mette in difficoltà. Ed è proprio questo, secondo me, uno dei suoi valori più profondi.

Anche nel design trovo fondamentale questa capacità di unire estetica e pensiero.
Un oggetto bello non dovrebbe esserlo soltanto perché piace agli occhi, ma perché dietro quella forma c’è un’idea, una ricerca, una funzione, una cultura.
In un momento storico in cui l’immagine viene consumata molto velocemente e dove, come dicevo, i social tendono a premiare ciò che è immediato e appariscente, l’arte può insegnarci nuovamente la lentezza dello sguardo.
La bellezza non è soltanto ciò che vediamo, ma anche ciò che ci fa pensare e che riesce a lasciarci qualcosa dentro.

Chi sei quando nessuno ti guarda, quando l’abito e il tuo ruolo professionale restano appesi nell’armadio?

Quando nessuno mi guarda, credo di essere semplicemente me stesso. E forse è proprio lì che si capisce quanto l’abito sia importante, ma allo stesso tempo quanto non possa essere tutto. Tolto il lavoro, il ruolo e tutto ciò che inevitabilmente comporta il rapporto con l’immagine, rimane la persona, con le proprie curiosità, le proprie passioni, le proprie fragilità e anche le proprie contraddizioni.
Sono una persona che ama osservare. Mi piace guardare la gente, i luoghi, i dettagli, capire le storie che ci sono dietro le cose. È una curiosità che mi accompagna da sempre e che, in fondo, è anche ciò che mi ha portato a fare questo mestiere.

 

Guardando una tua foto da ragazzo, quale forma di bellezza riconosci di portare ancora con te oggi? E qual è l’esperienza più forte che ti ha reso la persona che sei?

Guardando una mia foto da ragazzo, credo di riconoscere soprattutto una grande voglia di fare ed una immensa curiosità. Quanto all’esperienza che più mi ha portato ad essere la persona che sono oggi, credo che non sia possibile individuarne una sola. Ci sono incontri, luoghi, occasioni e anche momenti difficili che, messi insieme, ci costruiscono.

 

Cos’è per Marco Zambaldo il vero “Beauty Factor”? Qual è, secondo te, l’ingrediente che può rendere una persona davvero indimenticabile?

Ci sono persone bellissime che dimentichiamo subito dopo averle incontrate e ci sono persone che magari non corrispondono a canoni estetici convenzionali, ma che hanno qualcosa che ci rimane dentro. È quella la bellezza che mi interessa.
C’è un elemento che ritengo fondamentale: la curiosità verso gli altri. Una persona che sa ascoltare, che ha cultura, ironia, gentilezza, che sa stare in una conversazione e lasciare qualcosa all’altro, diventa inevitabilmente più interessante.
L’abito può certamente contribuire a creare una prima impressione, ma ciò che rende una persona davvero indimenticabile è quello che rimane quando l’impressione è finita.
Se dovessi scegliere in una sola parola, quindi, direi presenza. Non il bisogno di farsi notare, ma la capacità di esserci veramente.
Questa, secondo me, è una delle forme più rare e autentiche di bellezza.

C’è un pensiero, un’immagine, un brano musicale, una citazione, che vorresti lasciare, alla fine di questa intervista, come tuo messaggio personale sulla bellezza?

Vorrei lasciare un pensiero molto semplice: la bellezza non è qualcosa che dobbiamo inseguire, ma qualcosa che dobbiamo imparare a riconoscere.
Viviamo in un’epoca nella quale ci viene continuamente detto che cosa è bello, che cosa dobbiamo desiderare, come dovremmo apparire. Io credo invece che la vera libertà consista nel costruire un proprio sguardo, attraverso la cultura, le esperienze, i viaggi, le persone che incontriamo e anche attraverso gli errori.
La bellezza, per me, è quella che rimane quando passa la moda del momento. È un equilibrio tra ciò che mostriamo e ciò che siamo, tra forma e sostanza.

E forse il messaggio che vorrei lasciare è proprio questo: non cercate di essere belli, cercate di essere veri.
Quando una persona riesce a essere autenticamente sé stessa, prima o poi anche la bellezza trova il modo di emergere.


Un grazie sentito a Marco Zambaldo, per averci aperto senza reticenze il suo archivio più personale, fatto di ricordi, viaggi e visioni. E per averci ricordato, con la sua visione, che la vera bellezza è, prima di tutto, una questione di presenza e di autenticità.
Grazie!

Autore: Mario Innocente

Images © Courtesy of Marco Zambaldo