In tutti questi anni nel settore moda, come hai visto cambiare il modo in cui l’abbigliamento racconta la bellezza delle persone? C’è stato un momento in cui hai sentito che qualcosa, in quel linguaggio, stava davvero cambiando?
Quando ho iniziato a lavorare nella moda, esistevano dei codici di stile più riconoscibili, c’era maggiore conoscenza e molti erano gli esempi di stile e di gusto. Nel tempo questo è cambiato.
Da una parte la moda si è liberata da molti schemi, una cosa senz’altro positiva, dall’altra però credo si siano progressivamente ridotti gli esempi di stile davvero edificanti, capaci di trasmettere cultura, misura e personalità.
I social poi, hanno accelerato enormemente questo processo. Hanno dato a tutti la possibilità di mostrarsi, ma non necessariamente quella di avere qualcosa da raccontare. L’immagine è diventata velocissima, continuamente sostituibile, e spesso il desiderio di apparire ha preso il posto della ricerca di esprimere qualcosa di sensato.
Tra tutti i luoghi che hai visitato, ce n’è uno il cui rapporto con l’estetica e lo stile ti è rimasto dentro, e che porti ancora con te nel tuo modo di guardare le persone e le cose?
Ho avuto la fortuna di visitare molti luoghi e molto diversi tra loro, e credo che ognuno, mi abbia lasciato qualcosa.
Se dovessi sceglierne due che, per ragioni completamente diverse, mi hanno insegnato molto nel modo di guardare l’estetica e lo stile, direi il Giappone e la California.
Il Giappone mi ha colpito per il rapporto quasi spirituale con la forma, il dettaglio e la misura.
È un luogo in cui l’estetica non è necessariamente qualcosa che deve essere esibito, anzi, può essere silenziosa, discreta, quasi nascosta. C’è una grande attenzione per la proporzione, per i materiali, per il gesto e per tutto ciò che spesso rischiamo di non vedere a un primo sguardo.
Il Giappone mi ha insegnato che l’eleganza può essere potentissima anche quando non cerca di attirare l’attenzione.
La California, al contrario, mi ha insegnato il valore della libertà.
Una libertà rilassata, spontanea, legata al corpo, alla natura e a un modo meno rigido di vivere l’abbigliamento. Lì ho ritrovato l’idea che lo stile non debba necessariamente coincidere con la formalità e che la semplicità, quando autentica, è potentissima.