La bellezza dell’essere (non solo dell’apparire).

di Mario Innocente

Un grande stilista in una rubrica sull'introspezione? Sembra un controsenso, finché non si rileggono le sue parole. Per Giorgio Armani lo stile cominciava molto prima dell'armadio: nel sapere chi si è. E la sua frase più intima non parlava di vestiti, ma del rischio di dimenticare se stessi.

Mi infilo di soppiatto nella rubrica Inner Beauty Guide, curata da Laura Fernandez, affrontando un argomento che, solo all’apparenza, sembra così distante dalla cura nel nostro lato interiore.

Quando Giorgio Armani morì, il 4 settembre 2025, a Milano, a novantuno anni, una frase riempì i giornali di quei giorni, i social e i necrologi di mezzo mondo:

“L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”

È una frase bellissima, ed è giusto che sia diventata il suo epitaffio. Ma a forza di ripeterla rischiamo di trasformarla in una formula da biglietto d’auguri, e di perdere il pensiero, molto più radicale, che ci sta dietro. Per Armani l’eleganza non era una qualità del vestito. Era una qualità della persona, che il vestito aveva il compito di non coprire, ma magari in qualche modo esaltare o evidenziare.
E se l’eleganza sta nella persona, il lavoro vero non si fa davanti all’armadio. Si fa prima, dentro.

Armani definiva lo stile come un equilibrio tra tre cose: sapere chi sei, sapere che cosa ti sta bene e sapere in quale direzione vuoi far crescere il tuo carattere.
Ora, proviamo a togliere i vestiti da questa frase. Restano tre domande che potrebbero stare in qualunque percorso di crescita personale.
Chi sono, davvero, quando nessuno mi guarda? —Come ha già scritto Laura in uno dei suoi articoli.—
Che cosa mi fa stare bene, e non che cosa dovrebbe farmi stare bene?
Dove voglio andare, come persona, nei prossimi anni?

Armani distingueva poi in modo netto la moda, qualcosa che ci viene suggerito dall’esterno e che spesso conviene evitare, dallo stile, che ognuno possiede già e dovrebbe custodire per tutta la vita. “Non lasciare che la moda ti possieda”, diceva. Detto da uno degli uomini più potenti della moda mondiale, è quasi un paradosso. Ma se al posto della parola moda mettiamo le aspettative degli altri, le vite che sembra giusto desiderare, il consiglio diventa universale. Anche nella vita c’è una moda, che arriva da fuori, e uno stile, che è soltanto nostro e che rischiamo di perdere di vista proprio mentre inseguiamo la prima.

C’è un esercizio che Armani proponeva e che vi invito a provare davvero.
Vestirsi in modo tale che, riguardando una propria fotografia anni dopo, non si riesca a capire in che anno è stata scattata.

Le foto che ci imbarazzano non sono quasi mai quelle in cui eravamo vestiti “male”, ma quelle in cui eravamo vestiti come tutti, in quell’anno preciso. In quelle immagini non vediamo noi stessi, vediamo un’epoca che ci “ha indossati”. E viene spontaneo allargare la domanda. Quanto delle nostre scelte di oggi, dei nostri desideri, perfino delle nostre opinioni, appartiene davvero a noi, e quanto soltanto a quest’anno, a questo preciso momento?

La giacca destrutturata, che negli anni Settanta tolse imbottiture, fodere rigide e spalle squadrate, non era solo un’innovazione sartoriale. Era un modo di restituire al corpo il suo movimento naturale, lasciando che il vestito seguisse chi lo indossava invece di costringerlo in una forma. “La legge del lusso non è aggiungere, ma togliere”, ripeteva, aggiungendo anche che la semplicità non è mai il punto di partenza, ma sempre il punto d’arrivo.

E questa è una frase che descrive bene anche il lavoro interiore.
Conoscersi non significa accumulare qualità, ruoli, maschere più convincenti. Significa togliere le imbottiture che ci siamo messi addosso per sembrare più forti, fino a ritrovare il movimento naturale di chi siamo.
Julia Roberts, che nel 1990 si presentò ai Golden Globe con un completo maschile oversize firmato da lui, lo ricordò dicendo che Armani rispettava ogni aspetto del suo lavoro. Il disegno, il tessuto e la persona. E aggiunse che con un suo abito si era sempre sentita a proprio agio, e che quel sentirsi a proprio agio si trasformava in sicurezza.

Spesso pensiamo che la sicurezza venga dall’apparire impeccabili, all’altezza. Ma in realtà è il contrario, che nasce dal non dover fingere. È una sicurezza che non si conquista recitando meglio, ma recitando sé stessi.

La cosa sorprendente è che, decenni dopo, la ricerca scientifica è arrivata più o meno nello stesso punto.
Gli psicologi che studiano il rapporto tra abiti e mente, riesaminando tutti gli studi sull’argomento, capirono che l’influenza dei vestiti su come pensiamo e ci sentiamo non dipende dal capo in sé, ma dal significato che noi gli diamo. Un abito non ci trasforma in qualcun altro. Funziona solo quando ci somiglia. Il che vuol dire che, per scegliere bene cosa mostrare fuori, bisogna prima sapere bene chi c’è dentro.

Una ricercatrice danese, Else Skjold, intervistando le persone davanti al loro armadio, osservò che, nel modo in cui ci capiamo attraverso i vestiti conta molto più la continuità della novità. È un’osservazione che va ben oltre il guardaroba. La nostra identità non è una collezione che si rinnova a ogni stagione, ma un filo che tiene insieme chi eravamo, chi siamo e chi stiamo diventando.
“Il lusso non può e non deve essere veloce”, diceva Armani negli ultimi anni. Lo stesso vale per tutto ciò che conta. Ci vuole tempo perché qualcosa diventi davvero nostro, anche la persona che siamo.

E, a questo punto, forse la frase più bella che ci ha lasciato non riguarda affatto i vestiti.
Guardando indietro alla sua vita interamente dedicata al lavoro, ha ammesso: “Nella mia vita ho dimenticato me stesso, non fatelo“.

Detta da chi ha passato settant’anni a vestire gli altri, è una frase che commuove e che parla a molti di noi.
Non serve essere a capo di un impero della moda per dimenticarsi di sé, basta una vita piena di impegni, di ruoli da ricoprire, di persone da accontentare. Ci si dimentica un po’ alla volta, rimandando sempre a dopo la domanda su come stiamo davvero. Proteggere la persona dall’abito, anche dall’abito più bello, è stato forse il vero mestiere di Armani.
E proteggere la persona dai ruoli, anche da quelli più importanti, potrebbe essere il nostro di mestiere.

Allora, davanti allo specchio, la domanda giusta non è se quel vestito ci fa apparire più belli. È se ci lascia essere. E ogni tanto vale la pena fare la stessa domanda alla vita che stiamo vivendo. Ci lascia essere? O ci chiede soltanto di apparire?
Perché ciò che resta nella memoria degli altri non è mai un abito, né un ruolo, né un’immagine curata. È una persona che ha avuto il coraggio di non nascondersi.

La bellezza vera non si aggiunge. È quello che resta quando si toglie tutto ciò che non siamo.

Autore: Mario Innocente

Immagine © Lewis Joly