Elogio del naso storto.

di Anna Marie Ley

Il volto perfetto piace, ma si dimentica. Quello con una particolarità si ricorda. E lo specchio, per di più, ci mente da sempre. Piccolo viaggio scientifico nella bellezza delle imperfezioni, in un'epoca in cui tutti vogliono la stessa faccia.

C’è un esperimento del 1977 che dovrebbe essere appeso in ogni studio di chirurgia estetica.
Tre psicologi americani, Theodore Mita, Marshall Dermer e Jeffrey Knight, fotografarono un gruppo di studentesse e stamparono ogni ritratto in due versioni, quella normale e quella speculare, rovesciata da destra a sinistra. Poi chiesero a ogni ragazza quale delle due preferisse. Quasi tutte scelsero la versione allo specchio. Ma quando le stesse foto furono mostrate alle loro amiche, la preferenza si capovolse. Le amiche scelsero la versione vera, non quella rovesciata.

C’è una spiegazione semplice e un po’ spiazzante. Ci piace ciò che vediamo più spesso, e il volto che vediamo più spesso è il nostro riflesso nello specchio, che è appunto rovesciato. Chi ci vuole bene, invece, ci vede ogni giorno per come siamo davvero. Ecco perché qualche volta ci vediamo così male nelle fotografie. Non è la fotografia a essere sbagliata, siamo noi a non esserci abituati. Quel naso che in foto ci sembra storto, quell’asimmetria che non sopportiamo, sono esattamente i tratti che le persone che amiamo riconoscono, e amano di noi, da anni.

Teniamolo a mente osserviamo qualche numero.
Ogni anno l’Accademia americana di chirurgia plastica facciale chiede ai suoi membri quali tendenze osservano negli studi. Già nel 2016 i chirurghi avevano notato pazienti che chiedevano un intervento per venire meglio nei selfie. Nel 2019 lo segnalava il 72% dei chirurghi, nel 2020 il 75%.
Tra gli interventi in cima alla lista, c’era sempre la rinoplastica. Nell’anno della pandemia è nata perfino un’espressione nuova, la “dismorfia da Zoom“. Ovvero, persone che, costrette a guardarsi per ore in videochiamata, cominciavano a notare difetti che prima non avevano mai visto. Il paradosso è quindi evidente. Correggiamo il nostro volto per assomigliare all’immagine filtrata di noi stessi, che a sua volta assomiglia sempre più a quella di tutti gli altri.

Pazzesco, se ci pensate, ma è proprio questo il punto. Da decenni la psicologia sa che i volti “medi” ci piacciono. Negli anni Novanta alcuni ricercatori scoprirono che, fondendo al computer tante facce diverse, il volto risultante, più simmetrico e regolare, veniva giudicato più attraente delle facce di partenza. È il principio su cui, consapevolmente o meno, lavorano filtri e i bisturi. Smussare, uniformare, avvicinare il tutto alla media.
Ma c’è un dettaglio che si racconta molto meno.
Nel 2014 un gruppo di psicologi dell’Università di Jena in Germania, guidato dal professor Holger Wiese, scoprì che i volti attraenti ma privi di tratti particolari si ricordano peggio di quelli considerati meno belli. E c’è di più. Le persone erano convinte di aver già visto i volti attraenti anche quando non li avevano mai incontrati prima. Il volto perfetto, insomma, ha un’aria di già visto. Piace al primo sguardo, e si dimentica al secondo.

Le persone giudicate davvero bellissime non sono quelle più vicine alla media, ma quelle che alla regolarità aggiungono qualcosa di proprio, un tratto che le contraddistingue. Uno sguardo particolare, una bocca insolita, un naso con carattere. È proprio quella deviazione dalla norma che le rende memorabili. Detto in altre parole, la bellezza che resta non è quella senza difetti, ma quella che ha saputo fare di un difetto una firma.

Nessuno, in questo senso, lo ha dimostrato meglio di Barbra Streisand.
Agli inizi della sua carriera le ripetevano che, per avere successo, avrebbe dovuto rifarsi il naso, sistemarsi i denti e magari cambiare cognome. Lei non lo fece. Nella sua autobiografia racconta di aver avuto paura del dolore e della spesa, ma soprattutto di cosa l’intervento avrebbe potuto fare alla sua voce. Un medico le disse che aveva il setto deviato, e lei ebbe quindi il sospetto che fosse proprio quello il segreto del suo timbro di voce così particolare.
E poi, scrive, le piacevano i nasi lunghi, e cita come esempio un’attrice italiana, Silvana Mangano, che aveva un naso importante e che tutti consideravano bellissima.
Quando una casa discografica le ritoccò il naso in una foto senza chiederle il permesso, pretese che venisse sostituita con la versione originale. Quel naso, d’altronde, era il suo.
Sessant’anni dopo, quel profilo divenne uno dei più riconoscibili della storia dello spettacolo, e una generazione di ragazze decise di non toccare il proprio pensando proprio a lei.

Non si tratta di condannare chi sceglie di cambiare qualcosa di sé. Ognuno ha il diritto di sentirsi bene nella propria pelle, e a volte un intervento può davvero restituire serenità.
Si tratta piuttosto di farsi un paio di domande prima di farlo: sto correggendo un difetto, o sto cancellando una firma? Sto diventando più me stesso, o più simile a tutti?
Perché il rischio di un mondo di nasi perfetti non è la bruttezza. È l’anonimato.

La prossima volta che una fotografia vi farà storcere il naso, ricordatevi delle studentesse del 1977. Quella che vedete non è una versione sbagliata di voi. È la versione che conoscono e amano gli altri.
La perfezione si dimentica. Il carattere, mai.

Autore: Anna Marie Ley

Immagini: Barbra Streisand © Richard Avedon