Non sempre siamo consapevoli di come si costruisce, né delle decisioni che ci portano a mostrare alcune parti e a tacerne altre.
Poco a poco, quel personaggio diventa ciò che crediamo di essere. Stiamo giocando un ruolo. Ma spesso è solo l’interpretazione di ciò che gli altri si aspettano da noi e di ciò che pensiamo di dover essere, influenzata da un pubblico costante, i suoi silenzi, le sue risate, le sue aspettative.
Quel pubblico ci segna, ci spinge a continuare a recitare, a continuare a crederci davvero ciò che siamo, anche se sono i suoi giudizi a tenerci sul palcoscenico.
Allo stesso tempo, il pubblico non è solo esterno. Sei anche tu, con le tue aspettative e i tuoi giudizi interiori, con le tue richieste su come dovresti agire, su come dovresti rispondere, su quale versione del tuo personaggio sia accettabile.
Quindi immagina il momento in cui le luci si accendono su di te e il palcoscenico sembra vuoto; non sai se ci sono spettatori o se restano solo i tuoi giudizi a riecheggiare nel silenzio. È in quell’istante di incertezza che diventi consapevole di stare interpretando un ruolo e inizi a interrogarti: lo faccio per me o sto semplicemente seguendo le regole di un pubblico che forse non è nemmeno lì?
Tutto questo intreccio di sguardi, esterni e interni, segna il modo in cui ti muovi dentro l’opera, senza che tu ti accorga sempre di chi stia parlando dentro di te né di quale personaggio stia realmente occupando il palcoscenico in quel momento.




