Ognuno di noi ha oggi una propria idea di bellezza, anche se in ogni tempo emergono canoni che definiscono ciò che è bello. Può risiedere nelle proporzioni, nei colori, negli odori, in un viso perfetto o nelle sue imperfezioni. C’è chi la vede in un tramonto e chi invece in una scena di un film horror.
Molti filosofi hanno provato a definirla.
Per Socrate era ciò che è utile, ciò che risponde a uno scopo. Aristotele la legava a armonia, ordine e proporzione. Gli antichi Greci parlavano di Kalokagathìa, sintesi di bellezza e bontà: unione tra aspetto esteriore (kalòs) e valore morale interiore (agathòs).
Per Sant’Agostino la bellezza era legata a Dio, fonte suprema di ordine e perfezione. Kant invece sosteneva che è bello ciò che piace in modo disinteressato e universale, riflettendo una “finalità senza scopo”. Baudelaire la descriveva come una forza ambigua, divina e infernale, capace di dare luce e follia, gioia e morte allo stesso tempo.
Umberto Eco, infine, ne offriva una visione più realista: “Parliamo di bellezza quando godiamo qualcosa per quello che è, indipendentemente dal possesso.”
Insomma, per i filosofi antichi la bellezza era un valore oggettivo, legato all’armonia e al Bene; con Kant diventa esperienza soggettiva, un giudizio di gusto universale e disinteressato. Scrittori e poeti, come Baudelaire, l’hanno vista come forza interiore o potenza emotiva, oltre la pura estetica.




