Non è mai diventato un sequel, non ha mai cercato di replicarsi. E forse è proprio questo uno dei motivi per cui è rimasto così intatto.
Diretto da Mel Brooks e scritto insieme a Gene Wilder, Frankenstein Junior è una parodia dei grandi classici horror degli anni Trenta, ma ridurlo a una semplice commedia sarebbe un errore. Il film è girato interamente in bianco e nero, una scelta controcorrente già negli anni Settanta. Non per nostalgia, ma per coerenza: Brooks e Wilder volevano entrare dentro quell’immaginario, rispettarlo, usarne il linguaggio per raccontare qualcosa di nuovo. Persino le apparecchiature elettriche utilizzate nel laboratorio sono le stesse dei film originali Universal.
Il risultato è un film che fa ridere ancora oggi, ma che sotto la comicità nasconde una riflessione sottile. Al centro non c’è solo la satira del mito di Frankenstein, ma una domanda più profonda: chi decide cosa è normale e cosa è mostruoso? Il Mostro interpretato da Peter Boyle non incute paura. È goffo, fragile, desideroso di essere accettato. In molte scene è più umano degli esseri umani che lo circondano. Ed è forse qui che il film diventa sorprendentemente attuale.





