Genius Loci. La stanza che vi somiglia esiste davvero, e ha un nome antico.

di Mario Innocente

Perché certi ambienti ci mettono subito a nostro agio e altri, pur essendo perfetti su carta, ci fanno venire voglia di scappare? La risposta ha un nome che i romani conoscevano bene, e che oggi vale la pena di riscoprire.

I latini lo chiamavano genius loci, lo spirito del luogo. Un’entità quasi sacra che abitava ogni spazio e ne definiva il carattere, qualcosa da rispettare prima ancora di costruirci sopra qualunque cosa.

Molti secoli dopo, un architetto norvegese di nome Christian Norberg-Schulz ha ripreso questa idea antica e ne ha fatto il cuore di un intero modo di pensare l’architettura.
Abitare, sosteneva Norberg-Schulz, non significa semplicemente occupare uno spazio fisico, significa riuscire a orientarsi e a riconoscersi in quell’ambiente, sentirlo davvero proprio. E se questo non accade, per quanto una casa sia arredata con gusto impeccabile, qualcosa continuerà a stonare.

Ora provate a pensarci. Quante volte vi è capitato di entrare in un appartamento fotogenico, magari uscito pari pari da una rivista di interni, e percepire comunque un vago disagio, un’inquietudine che non vi sapevate spiegare?
Probabilmente quel luogo aveva tutto tranne un’anima riconoscibile, tranne quella coerenza sottile tra forma e sentimento che nessun catalogo può davvero garantire.
Al contrario, capita di entrare in stanze imperfette, magari con mobili spaiati e pareti scrostate qua e là, e sentirsi immediatamente a casa. È il genius loci che funziona, silenzioso e testardo, indipendentemente dal budget speso.

Questo non significa, sia chiaro, che l’estetica non conti, significa piuttosto che l’ordine visivo e l’ordine mentale sono molto più connessi di quanto siamo abituati a pensare. Gli ambienti disordinati, sovraccarichi di oggetti che non raccontano nulla di chi ci vive, tendono a mantenere la mente in uno stato di allerta di basso livello, quella sensazione fastidiosa di avere sempre qualcosa da sistemare anche quando si sta semplicemente cercando di riposare. Gli spazi curati con intenzione, al contrario, anche se minimi, comunicano al cervello un messaggio di sicurezza quasi immediato, ci dicono qui va tutto bene, puoi abbassare la guardia.

C’è poi un aspetto affascinante legato alla luce, che Norberg-Schulz considerava uno degli elementi fondativi di ogni luogo insieme allo spazio e al carattere.
Una stanza che accompagna la luce naturale nel corso della giornata, invece di combatterla con tende sempre chiuse o lampade sempre accese, comunica un senso di tempo che scorre in modo naturale, quasi biologico. Non stupisce infatti che l’abitudine di aprire le finestre al mattino, banale quanto si vuole, resti uno dei gesti più immediati per ristabilire un minimo di serenità interiore prima ancora di uscire di casa.

Il genius loci, va detto, non riguarda solo le case. Ovviamente riguarda anche gli uffici, le città, persino gli angoli più piccoli e trascurati della nostra quotidianità, come il pianerottolo di casa o la scrivania dove lavoriamo ogni giorno. Ogni luogo, se ascoltato con attenzione, sembra suggerire da solo cosa vorrebbe diventare, quale funzione desidera davvero svolgere, quasi avesse una vocazione propria da rispettare invece che da forzare.
Il compito di chi “abita” quello spazio, allora, più che imporre un progetto scritto altrove, dovrebbe essere quello di ascoltarsi, prima ancora di arredare.

La vera lezione del genius loci è che la bellezza domestica non coincide necessariamente con la perfezione da catalogo, ma con l’aderenza tra uno spazio e la persona che ci vive. Una casa che nutre la serenità non è quella più fotografata, ma quella che, varcata la soglia, smette immediatamente di sembrare un progetto e comincia semplicemente a sembrare una casa.

Autore: Mario Innocente

Immagine © Anastasia Savinova, Genius Loci. Sideways Encounters. Somewhere in IS, a constant need to see the Ocean.