Gil Scott-Heron; la storia silenziosa dietro un’icona della musica.

di Reo Aromi

Gil Scott-Heron entra spesso nelle conversazioni come “padre del rap”, autore de The Revolution Will Not Be Televised e voce ruvida contro razzismo e ingiustizia.

Dietro l’icona però vive una storia più silenziosa: un ragazzo cresciuto tra libri usurati, pianoforti di seconda mano e corridoi di scuole pubbliche dove la poesia diventa scudo, specchio, bussola.

Gil Scott-Heron nasce a Chicago il 1° aprile 1949, da una cantante e bibliotecaria afroamericana, Bobbie Scott, e da un calciatore giamaicano, Gil Heron, che diventa il primo giocatore nero del Celtic a Glasgow, soprannominato “The Black Arrow”.
I genitori si separano presto e la vita del bambino cambia direzione. Va a Jackson, Tennessee, dalla nonna materna Lillie Scott, figura centrale nel suo carattere e nella sua arte: attivista, lettrice appassionata, lo guida verso Langston Hughes, lo espone alla musica e gli procura un pianoforte verticale da un rigattiere del quartiere.

In quella casa Gil impara che la parola porta dignità. Ogni settimana la nonna gli offre esercizi di scrittura, lo incoraggia a osservare il mondo e a tradurlo in racconti. Lì compone le prime storie e, a undici anni, inizia a suonare la tastiera. Ma a soli dodici anni tutto si spezza: la trova senza vita sul letto. L’esperienza lascia in lui un segno profondo e più tardi entra di sbieco nelle atmosfere del suo primo romanzo The Vulture, dove la morte visita un ragazzo di New York e quattro voci tentano di dare un senso a quella fine.

Così, dopo la morte della nonna, Gil torna dalla madre nel Bronx. La biblioteca in cui lei lavora diventa il suo secondo salotto. Tra scaffali e sedie di metallo si forgia l’idea che la scrittura rappresenta un mestiere possibile, non solo un passatempo.

Entra alla Lincoln University in Pennsylvania. Lì sceglie una strada poco comune: prende una pausa dagli studi per scrivere un romanzo. Ha poco più di vent’anni quando The Vulture arriva in libreria, subito seguito dal romanzo The Nigger Factory e da una raccolta di poesie.

Mentre molti lo ricordano soprattutto come musicista, quella fase lo ritrae soprattutto come autore di narrativa, immerso in pagine fitte di dialoghi urbani, prima ancora che in sale d’incisione. Alcune poesie diventano poi testi per le canzoni con il complice di sempre, il tastierista Brian Jackson, trasformando l’energia della pagina in ritmo.

Con gli anni Settanta il nome di Gil Scott-Heron inizia a circolare nei club e sulle radio indipendenti. Small Talk at 125th and Lenox, Pieces of a Man e Winter in America mescolano jazz, soul, spoken word e osservazione sociale. Molti critici vedono in lui un precursore dell’hip hop. Gil preferisce un’altra parola: bluesologist. In interviste e profili, viene descritto come artista che attinge al blues, al jazz e alla tradizione poetica di Harlem, più che a un genere preciso.

Per lui la musica resta sempre un’estensione della parola. Nel brano The Vulture, ad esempio, introduce il pezzo dicendo che molti lo considerano poesia e, dopo averlo cantato, ne hanno conferma.

Poi arriva The Revolution Will Not Be Televised che entra nell’immaginario collettivo come proclama politico. Per decenni viene stampata su poster, citata nei cortei, ridotta a slogan. Eppure Gil, in diverse interviste, spiega che quel brano parla prima di tutto di un cambiamento intimo: la rivoluzione comincia nella mente, nello sguardo con cui ognuno interpreta la realtà, non nel palinsesto di un canale televisivo. E questo chiarimento rivela un tratto centrale del suo modo di intendere l’impegno, nel quale l’attenzione per le ingiustizie sociali cammina insieme a una ricerca sul senso della propria vita, sulle scelte personali, sulle dipendenze.

In brani come Home Is Where the Hatred Is o The Bottle l’alcool e le droghe diventano specchio di un’intera comunità, ma anche confessione implicita. Gil guarda l’abisso attraverso storie e personaggi e, col passare degli anni, quella distanza tra autore e materia si assottiglia sempre di più.

All’inizio degli anni Ottanta, mentre la sua carriera discografica attraversa un punto importante ma fragile, Gil entra in un capitolo poco raccontato della storia americana. Stevie Wonder lo invita a partecipare al tour Hotter Than July, concepito come campagna itinerante per convincere il Congresso a istituire il Martin Luther King Day.

Nelle pagine della sua autobiografia The Last Holiday Gil descrive pullman affollati, continui viaggi tra città, incontri con attivisti e famiglie che portano foto di parenti uccisi durante le lotte per i diritti civili. Racconta anche momenti di leggerezza con Wonder, fatto di scherzi, prove in camerino, piccoli rituali prima dei concerti.

Molte persone ricordano la legge che istituisce il giorno festivo nel 1983. Ma molte meno collegano quel traguardo ad un lavoro silenzioso di artisti che, come Gil Scott-Heron, hanno scelto di usare palco e microfono come strumento civico, oltre che creativo.

 

A metà degli anni Ottanta, mentre l’hip hop esplode e il suo nome viene citato come fonte d’ispirazione, la vita privata di Gil entra in un lungo periodo oscuro. Il crack entra nella sua quotidianità e si trasforma in dipendenza forte, con effetto devastante sulla produzione musicale e sulla vita affettiva. Si allontana dalle grandi etichette, affronta problemi legali ripetuti e trascorre periodi in carcere, incluso Rikers Island.

Gli anni passano, e mentre molti colleghi costruiscono cataloghi corposi e tour mondiali, Gil vive in un appartamento al piano terra ad Harlem, lungo e stretto, con una coperta tirata davanti alla porta-finestra, come racconta un articolo del New Yorker. Lo descrivono come “cavernicolo nella propria grotta”. Preferisce restare in casa, circondato da dischi, libri, apparecchi radio. In quel rifugio, però, continua a scrivere, a pensare, a perfezionare pezzi raccontati a pochi amici, quasi sussurrati.

Poi, a metà anni Duemila, Richard Russell, produttore e anima dell’etichetta XL Recordings, decide di cercarlo. La sua etichetta è abituata a lanciare talenti nuovi, ma questa volta il desiderio riguarda una voce che per molti appare ormai appartenente al passato. Russell viaggia fino a New York, passa del tempo con Gil, ascolta il suo modo di parlare, le sue frasi spezzate e i suoi racconti sporchi di vita.

Da quell’incontro nasce I’m New Here, pubblicato nel 2010: il primo album di materiale nuovo dopo sedici anni. Lontano dalle orchestrazioni degli anni Settanta, il disco offre brani brevi, arrangiamenti scarni, campioni elettronici e voce in primo piano, ruvida, a tratti stanca eppure lucidissima.

Dietro le quinte la lavorazione procede con ritmo delicato. Russell racconta di sessioni a bassa pressione, spesso brevi, dominate dall’ascolto reciproco più che da una tabella di marcia rigida. Gil registra monologhi, riflessioni, piccoli ricordi; alcuni diventano frammenti parlati nell’album, come se il diario del “cavernicolo” finalmente trovasse un microfono in grado di rispettarne i tempi.

L’anno successivo Jamie xx rielabora il disco in We’re New Here, aprendo la voce di Gil a una generazione cresciuta nell’elettronica e nel clubbing.

Negli ultimi tempi, Gil appare magro, segnato eppure lucido. In interviste e passaggi televisivi parla della propria storia senza autoassoluzione. Usa il passato da dipendente come materiale critico, lo osserva come un capitolo che riguarda lui e, al tempo stesso, tante altre persone spinte ai margini: detenuti, senzatetto, malati.

Gil Scott-Heron muore a soli 62 anni nel 2011, poco dopo l’uscita di I’m New Here. La sua autobiografia The Last Holiday, pubblicata postuma, racconta punto per punto il percorso che lo porta dal salotto della nonna a quel tour con Stevie Wonder, dal banco di scuola ai palchi dove poesia e musica si stringono in un unico gesto.

Oggi il nome di Gil Scott-Heron entra nelle Hall of Fame, nei documentari e nelle playlist.
Il suo catalogo viene campionato da rapper di più generazioni, mentre compagnie teatrali e collettivi poetici portano in scena spettacoli come Gil Scott-Heron’s Bluesology, curato dalla figlia Gia.

Dietro questi riconoscimenti resta la figura di un uomo che attraversa gloria, crollo, ritorno e, soprattutto, una lunga conversazione con se stesso. Dal pianoforte portato in casa dalla nonna fino al microfono di I’m New Here, la sua traiettoria mostra come una voce possa cambiare forma senza perdere radici: nelle storie dei quartieri, nei libri letti da ragazzino, nelle persone che hanno creduto in lui quando tutto sembrava finito.

Chi riascolta oggi The Revolution Will Not Be Televised, Pieces of a Man o New York Is Killing Me incontra sempre lo stesso filo: una ricerca ostinata di verità personale dentro un mondo rumoroso. Gil Scott-Heron resta lì, tra gli angoli di una stanza ad Harlem e le grandi battaglie collettive, con lo sguardo rivolto agli altri e a sé, come se ogni verso chiedesse a chi ascolta di guardarsi allo specchio con più coraggio, più sincerità, più grazia.

 

Autore: Reo Aromi