Nel 1999, i Counting Crows pubblicavano “Colorblind”, un brano ipnotico ed essenziale che, nel corso degli anni, è diventato l’inno definitivo di uno stato emotivo tanto complesso quanto spaventoso: la depersonalizzazione.
La depersonalizzazione è quel senso di distacco profondo da se stessi, come se si stesse guardando da spettatori la propria vita scorrere sul grande schermo di un cinema anziché viverla in prima persona. Questa sensazione trova nelle note nude del pianoforte di Adam Duritz una cassa di risonanza perfetta. E non è un caso che il brano sia rimasto impresso nella memoria collettiva anche grazie alla colonna sonora del film cult Cruel Intentions, un’opera intessuta di maschere e manipolazioni dove l’apparenza estetica nascondeva spesso un vuoto interiore devastante.
La bellezza, dopotutto, non è sempre un’esplosione di colori, a volte si nasconde nella verità terapeutica di un bianco e nero emotivo.
Le liriche di “Colorblind” aprono una finestra immediata su questo vuoto e sulla sensazione di essere invisibili a se stessi. Espressioni come “coffee black and eggshell white” non descrivono semplicemente un’estetica minimalista, ma la totale assenza di sfumature, l’incapacità temporanea di provare gioia o dolore pulsante. Tutto diventa piatto, filtrato, ovattato. Chi sperimenta la depersonalizzazione si descrive spesso come un guscio vuoto, un’entità trasparente che osserva i propri gesti quotidiani senza riconoscerli come propri.
La canzone cattura magistralmente questo paradosso: la vulnerabilità estrema nascosta dietro un’apparente e glaciale imperturbabilità. Eppure, proprio quando il distacco sembra assoluto, il brano si trasforma in una preghiera di liberazione. Quel “Pull me out from inside, I am ready” ripetuto nel finale diventa il grido silenzioso di chi vuole disperatamente tornare a sentire, di chi chiede un contatto o una mano tesa per rompere quella barriera di vetro che lo separa dal mondo reale.
Riconoscere questo smarrimento attraverso l’arte è forse il primo, fondamentale passo per ritrovare l’equilibrio e il proprio autentico benessere, curando le ferite invisibili per tornare a guardarsi allo specchio e vedere, finalmente, un’immagine nitida e a colori.


