La “casa” di Tumen, nel respiro della steppa.

di Reo Aromi

In Mongolia, il cielo non è sopra di te, è tutto intorno. È così vasto che sembra respirare, fondendosi con la steppa che si estende a perdita d’occhio. In mezzo a questo orizzonte infinito vive Tumen, un pastore nomade dalla voce pacata e dagli occhi che riflettono il blu intenso del cielo del nord.

La sua casa è la Ger, la dimora mobile dei popoli nomadi: una tenda rotonda fatta di legno e feltro, montata e smontata con la leggerezza di chi non teme di partire.

 

“Il mio nome è Tumen,” mi dice sorridendo.
“Noi non viviamo in case di pietra, ma in universi che si possono spostare.”

 

E davvero, entrare nella sua Ger è come varcare la soglia di un piccolo universo perfetto.
All’interno, tutto ruota intorno al cerchio, la forma del cielo, del tempo e dell’armonia. Non esistono angoli né barriere: l’energia scorre libera, come il vento nella steppa.
Sopra, l’anello di legno del tetto “il Toono” lascia filtrare la luce. È più di un semplice lucernario: è un orologio solare, un calendario naturale che segna il ritmo della giornata. I raggi del sole si spostano lentamente sul pavimento di terra, e Tumen li osserva come fossero antiche lettere scritte dal cielo.

 

Il focolare centrale, il Golomt, brucia costantemente. Attorno a lui si cucina, si conversa, si ride. È il cuore pulsante della casa, il luogo dove il fuoco non si spegne mai, anche quando fuori la temperatura scende a meno quaranta.
Due colonne sottili, le Bagana, sostengono la volta della tenda. Ma non sono travi qualsiasi, ma rappresentano l’asse del mondo, la connessione tra la terra e il Grande Cielo. Nessuno oserebbe appoggiarvi qualcosa, sarebbe come intralciare il respiro dell’universo.

 

La porta, la Úd, è sempre rivolta a sud, per accogliere ogni raggio di sole. Entrando, ci si muove in senso orario, seguendo il percorso del sole: un gesto che non è solo consuetudine, ma un atto di rispetto per lo scorrere della vita.
E attenzione alla soglia, guai a calpestarla. 

 

“È l’anima della casa,” dice Tumen. 

“Chi la oltraggia, offende gli spiriti che la proteggono.”

 

L’ordine dentro la Ger è un linguaggio silenzioso.
A nord si trova il Khoimor, il luogo sacro degli antenati. A ovest, gli strumenti degli uomini: selle, archi, coltelli. A est, l’universo femminile di sua moglie: utensili, tè, latte fermentato.
In un solo spazio convivono cielo e terra, maschile e femminile, presente e memoria.

 

Fuori, la Mongolia è un oceano di vento.


Il bestiame pascola lento, i cavalli corrono liberi, e da lontano si intravedono altre Ger, piccoli punti bianchi nella distesa verde, come conchiglie in un mare d’erba.
Quando l’erba finisce o i venti cambiano, la famiglia smonta tutto in meno di un’ora. La casa sparisce, caricata sui cammelli. La steppa torna vuota, silenziosa, come se non avesse mai ospitato nessuno.

 

“La nostra vera casa,” dice Tumen, “non è un luogo fisso. È l’ordine che portiamo dentro.
Ovunque montiamo la Ger, ritroviamo il nostro mondo.”

 

E forse è proprio questa la lezione dei nomadi della Mongolia: che l’abitare non significa possedere, ma appartenere. Che la bellezza di una casa non si misura dai muri che ha, ma dal respiro che condivide con il cielo.

 

Autore: Reo Aromi

Photos by © Oko Rs | Fadhil Abhimantra | Kevin Bluer | Xie Jian | Adil Edin