Le ceneri umane al microscopio: tra scienza, illusione e sguardo artistico.

di Reo Aromi

Nel 2012, poche settimane dopo la morte del padre, Gabriela Reyes Fuchs si pose una domanda che non aveva nulla di scientifico e tutto di umano: che forma prende ciò che resta, quando una persona scompare? Non cercava risposte razionali. Cercava un contatto. Uno sguardo possibile.

Gabriela è una fotografa, direttrice della fotografia, artista e inventrice messicana, e come spesso accade a chi lavora con la creatività, il dolore non le chiese parole ma attenzione. Così decise di osservare al microscopio le ceneri del padre. Un gesto intimo, quasi segreto, che non nasceva dall’idea di un progetto artistico, ma dal bisogno di restare, ancora un momento, in relazione con ciò che era da poco scomparso.

Quello che vide fu inatteso: frammenti minerali che, una volta ingranditi (e illuminati), ricordavano galassie, nebulose, campi stellari. Forme luminose, strutture complesse, geometrie che sembravano appartenere più al cielo che alla terra. Non perché le ceneri fossero stelle, ma perché lo sguardo umano, quando è attraversato dall’emozione, tende naturalmente a cercare bellezza anche dove non la si aspetta.

Da quell’esperienza Gabriela decise di generare un lavoro artistico, una serie di immagini che hanno fatto il giro del mondo, spesso accompagnato dalla frase: “Siamo fatti di stelle.”
Una frase poetica, non letterale. Ed è qui che il progetto diventa interessante.

Le immagini delle ceneri al microscopio sono il risultato di tecniche specifiche: ingrandimenti estremi, microscopia elettronica, contrasti accentuati, colori applicati successivamente.

Non sono fotografie “neutre” della realtà, e questo è stato più volte sottolineato anche da commenti critici online, soprattutto in ambito scientifico. Le ceneri non contengono galassie, e i colori non esistono così come li vediamo nelle immagini finali. Ovviamente rispecchia la realtà.

Ma fermarsi a questo punto significa perdere il senso del lavoro di Gabriela.

Il suo progetto non è una dimostrazione scientifica, ma un atto artistico. D’altronde lei è una fotografa non una scienziata. E come ogni atto artistico non pretende di spiegare il mondo, ma di reinterpretarlo.

Le immagini non vogliono dire “ecco cosa sono davvero le ceneri”, ma piuttosto “ecco cosa possono diventare, se guardate attraverso il filtro della memoria, dell’amore, della perdita”.
In questo senso, la microscopia diventa un linguaggio. La tecnologia non serve a oggettivare, ma a rendere visibile un passaggio interiore: trasformare il dolore in osservazione, la fine in forma, l’assenza in immagine. È una ricerca di bellezza che non cancella la morte, ma la attraversa.

Questa è una bellezza che funge da atto di resistenza emotiva. Una scelta consapevole di non lasciare che un evento doloroso resti solo buio. Cercare bellezza nelle ceneri non significa negare la perdita, ma riconoscere che anche lì, nel punto più fragile, può esistere una forma di ordine, di luce, di senso, se la cerchiamo.

Quando Gabriela parla di “amore infinito”, non sta parlando di stelle vere. Sta parlando del legame che sopravvive alla materia. Le immagini funzionano perché non chiedono di essere credute, ma solo sentite.

Ed è forse questo il punto più importante: non tutto ciò che è vero deve essere letterale. A volte la verità passa attraverso una metafora visiva, un gesto artistico, uno sguardo che sceglie di non fermarsi alla superficie del dolore.

Le ceneri restano ciò che sono: frammenti, residui, materia.
Ma il modo in cui le guardiamo può trasformarle in racconto.
E in certi momenti della vita, trasformare è già una forma di guarigione.

Autore: Reo Aromi