Sette tracce, nessuna concessione, una tensione continua. Tastiere ipnotiche, cambi improvvisi, voci che sembrano arrivare da una stanza interiore. Neve calda è un disco che chiede ascolto attivo, presenza, tempo. Non accompagna: conduce. E lo fa con un linguaggio che, all’epoca, risultava spiazzante e oggi appare ancora sorprendentemente attuale.
Nel panorama del progressive italiano, l’album si distingue per il suo carattere visionario e quasi teatrale. Non racconta storie lineari, ma stati mentali. Non cerca l’epica, ma una specie di inquietudine lucida, calda appunto, che scioglie le certezze. È musica che lavora per sottrazione di conforto, per accumulo di domande.
Ascoltarlo oggi significa accettare una sfida: lasciarsi attraversare da un suono che non spiega, ma suggerisce. Un suono che non rassicura, ma apre. Ed è forse proprio per questo che Neve calda resta un disco necessario: perché ricorda che la bellezza, a volte, nasce dove smettiamo di cercare spiegazioni e iniziamo a sentire davvero.




