Oltre la superficie: il mondo interiore di Paco Di Canto.

di Reo Aromi

Paco Di Canto è uno di quei fotografi che ha saputo trasformare la moda in racconto; non solo di tessuti e tendenze, ma di identità, emozione e luce. Originario di Trentinara, piccolo comune nel Parco del Cilento, Paco Di Canto è cresciuto in una famiglia di fotografi: un’origine che gli ha trasmesso sin da bambino un senso innato per l’immagine.

Dopo un master avanzato con l’Elite Fashion Agency, ha scelto Milano come base: cuore pulsante del fashion system italiano e internazionale, dove ha affinato il suo sguardo e costruito un linguaggio fotografico riconoscibile.

La sua è una fotografia che attinge ai grandi maestri degli anni ’90, da Richard Avedon a Annie Leibovitz, ma trova una propria cifra nella continua ricerca personale, nella curiosità per la bellezza umana e nella sensibilità verso corpo, eleganza e l’autenticità. Negli scatti di Paco convivono estetica glamour e intensità emotiva: campagne per brand, editoria di moda, ritratti e lookbook, ma con la consapevolezza che ogni immagine può raccontare qualcosa di più: una storia, un’anima, un frammento di verità. La fotografia diventa uno strumento potente per esplorare la bellezza, non solo come apparenza, ma come presenza, come identità, come messaggio.

È da questa visione che nasce l’intervista con Paco Di Canto, per scoprire come il suo occhio veda la bellezza dell’anima, la bellezza che sta dietro la posa, dietro il make-up, tra luce e soggetto. In un certo senso anche una parte della bellezza interiore.

Come sei arrivato alla fotografia e perché? Scelta dettata dalla passione, oppure per caso o per necessità?

«Mio padre è stato un fotografo, quindi fin da piccolo in casa mi passavano tra le mani macchine fotografiche, rullini, e tanta fotografia. Diciamo che non riesco a dire il momento specifico quando ho imparato la tecnica, è stato una cosa in un certo senso naturale per me, come imparare a scrivere o a tenere bene la forchetta tra le dita. Forse proprio per questo quando mi chiedono di parlare di fotografia io non parlo mai di tecnica fotografica, la do per scontata, come se fosse normalità.

Ho iniziato poi ad amare la fotografia, nello specifico quella di moda, quasi alla maggiore età vidi per la prima volta le fotografie di David La Chapelle. Rimasi estasiato e meravigliato da quelle immagini. Da lì a poco è iniziato il mio percorso e la mia crescita. Qualcuno osserverà che la mie immagini non hanno nulla a che fare con quelle di La Chapelle, eppure se non mi avessero suscitato quello stupore all’epoca forse ora non sarei qui a rispondere a queste domande.»

Ogni fotografo ha un punto d’origine: una luce, un volto, una sensazione che ha acceso qualcosa. Qual è stata la scintilla che ti ha portato verso la moda, piuttosto che verso altri territori visivi?

«Da La Chapelle a Vogue è stato un attimo. Dopo qualche tempo ho iniziato ad innamorarmi delle foto di Meisel, di Avedon, di Roversi, di Walker, di Lindberg, di Penn e di tanti altri, ma sopratutto rimanevo incantato dal forte legame tra le fotografia e la moda, soprattutto sulla couture, lo styling e la capacità di alcune modelle di interpretare in maniera magistrale ogni scatto. Tutto questo mi ha fatto decidere che nella vita sarei stato un fotografo di moda.»

7030 Beauty Factor tratta di bellezza interiore ed esteriore. Nel tuo lavoro la bellezza esteriore è una presenza costante. Ma cos’è, per te, la bellezza oggi? È ancora un valore estetico o è diventata un atto di consapevolezza?

«La bellezza per me è sempre stato un atto di consapevolezza. Essere belli esteriormente nel 2025 è davvero facile, ma credo sia molto più difficile rendersi conto di esserlo. Nel mio lavoro cerco di trovare dei volti che interpretano in un modo “puro” la mie fotografie, probabilmente sono stato influenzato dalle mie letture del passato e dai dipinti del rinascimento.

Per esempio, io ho sempre immaginato la Beatrice di Dante come una donna bellissima ed elegantissima, alta, con capelli dorati, e lo stesso vale per Paolo e Francesca. Nel mio immaginario sono due esseri esteticamente perfetti. Questa è la mia visone romantica che si è costruita nel tempo e quindi la mia fotografia la esplica.»

Quando fotografi un volto o un corpo, cerchi di rivelare qualcosa o di nascondere qualcosa? Esiste magari un momento, durante uno shooting, in cui senti che la persona davanti all’obiettivo “si sta mostrando davvero”? E nel caso, come riconosci quell’istante?

«Allora, nei miei lavori spiego sempre alla modella nei giorni precedenti allo shooting, quello che vorrei ottenere dagli scatti. Quindi si arriva sul set con le idee molto chiare. Poi ad un certo punto si viene a creare un legame perfetto che rende tutto molto magico e idilliaco, non so come spiegarlo, non ci sono parole giuste per farlo, ma ad un certo punto accade che tutto si allinea e funziona come deve funzionare. Questo accade più velocemente quando si lavora con professioniste e professionisti.»

Molti dicono che la moda vive di superficie, ma le tue immagini sembrano scavare più a fondo. Come riesci a trasformare un’immagine costruita (trucco, posa, luce, situazione, location) in un frammento di verità?

«Nella mia fotografia ho sempre cercato di fotografare con eleganza la fragilità dell’essere umano, i suoi stati d’animo, che transitano da uno stato malinconico a quello successivo che è di strana euforia o liberazione. Per me la fotografia è teatro, è una scena di un film, è l’interpretare quell’attimo che ho ben in mente, ed uso la moda per farlo. Gli abiti sono un mezzo perfetto per la mia fotografia. Quindi, come dicevo, nei miei lavori il mio “trip mentale” inizia subito dopo aver accettato l’incarico. Quella collezione di moda entra nel mio mondo ed esce trasformata in fotografia. Metodicamente parlando, dopo aver immaginato la storia che voglio raccontare, inizio a visualizzare mentalmente il makeup ed l’hair styling che vorrei, la location, la luce e sopratutto il volto della donna che vorrei per quelle foto.»

Qual è quindi il confine, per te, tra finzione e autenticità? E quale dei due serve di più alla bellezza?

«Io credo che bisogna essere autentici se si vuole fingere bene. Se una persona sa quello che vuole , sa chi è, e può decidere di interpretare qualsiasi ruolo. Ritornando alla mia visone fotografica, personalmente non sono interessato al “vero” a ciò che accade giornalmente, non ne sento l’esigenza, bensì amo immaginare un mondo tutto mio. Quindi come dicevo prima, la bellezza è autentica sempre e la finzione è un atto artistico che l’autenticità usa per non annoiarsi.»

Raccontaci come lavori solitamente, come affronti un progetto, qual è il tuo modo di pensare l’immagine e di costruirla. Quali riferimenti hai nel tuo lavoro, per renderlo unico? Cosa cerchi tu, realmente, quando scatti?

«Come dicevo in precedenza, il mio mondo fotografico è per lo più una realtà melanconica, è uno stato d’animo nel quale tutti in un modo o nell’altro viviamo, magari per un giorno, per un solo minuto, o un’ora magari, ma accade. Beh, io lo rendo eterno grazie ad una foto. Tenendo presente questa costante, immagino la narrazione, delle volte più teatrale, altre meno, ma è cosi che ha inizio tutto.

Deciso il racconto, inizio a visualizzare la foto già finita, una sorta di immaginario bozzetto, poi sul set, non sono da solo, ci sono altri professionisti che interagiscono con i miei pensieri, e mi piace sentire sempre anche il punto di vista degli altri; perché una visione diversa può rendere quel “viaggio visivo” ancora più interessante.»

Viviamo in un’epoca ipervisiva, dove tutto è immagine e in cui anche le immagini artefatte con AI stanno prendendo un loro posto. Credi che la fotografia abbia ancora il potere di sorprendere, di spiazzare, di far pensare?

«La domanda giusta è : crediamo che l’essere umano sia ancora in grado di meravigliarsi ? L’incredibile è ovunque, fuori e dentro di noi, possiamo meravigliarci di una semplice foglia che spinta da un leggero vento si posa delicatamente sull’ acqua di un ruscello, o di una smorfia di un bambino, basterebbe avere gli occhi per farlo, conservando le emozioni, dando valore al creato.
L’AI è evoluzione , esiste, aiuta , sostituisce , personalmente la uso a mio piacimento e mi fa comodo che ci sia quando mi serve. La fotografia, con occhi giusti ha sempre potere, anche se a realizzarla è un intelligenza artificiale, dobbiamo essere noi a conservare la forza delle nostre emozioni per godere sempre di quello che è dentro e fuori di noi.»

Hai una foto in particolare a cui sei affezionato e che potrebbe anche essere un messaggio di bellezza profonda per i nostri lettori?

Nell’ultimo editoriale che ho realizzato è presente una fotografia che considero la mia preferita (ritratto di donna con capelli squadrati). In essa, ho voluto condensare l’eleganza, la bellezza, la fragilità emotiva e la forza intrinseca del mondo femminile. Il messaggio che desidero trasmettere, alle lettrici e lettori di 7030 Beauty Factor è che la Donna è bellezza; la Donna è sinonimo di RESILIENZA.

 

Ringrazio personalmente Paco per aver dedicato del tempo a questa intervista. Un professionista appassionato non solo della fotografia e della moda, ma delle persone, che fa di lui una figura ideale per trasmettere la bellezza in stile 7030 Beauty Factor. Grazie Paco.

Autore: Reo Aromi