Ma se il caso fosse solo una scorciatoia narrativa?
La vita, guardata da vicino, è molto meno casuale di quanto sembri. È fatta di scelte microscopiche, di aperture o chiusure, di decisioni prese quasi senza accorgercene: accettare o rifiutare un invito, ascoltare o ignorare una persona, restare in una situazione o uscirne. Ogni volta che scegliamo di esserci (o di non esserci) stiamo già orientando ciò che verrà dopo.
Jim Carrey, parlando del proprio percorso, disse una frase che colpisce proprio per questo motivo:
“Puoi fallire anche facendo qualcosa che non ami. Quindi tanto vale rischiare facendo ciò che ami.”
Non è un inno all’incoscienza, ma alla responsabilità. Perché il punto non è se le cose andranno bene o male, ma da quale posizione scegliamo di vivere.
Molte storie che oggi raccontiamo come fortunate nascono in realtà da un momento di apertura. Da qualcuno che ha deciso di non scartare un’idea solo perché scomoda, nuova o fuori programma. Al contrario, molte situazioni che definiamo “sfortunate” sono spesso il risultato di un accumulo di non-scelte, di rimandi, di paura di esporsi. Non come colpa, ma come dinamica umana.
Albert Einstein diceva che esistono due modi di vivere la vita:
come se niente fosse un miracolo, o come se tutto lo fosse.
Anche questa non è una frase poetica fine a sé stessa. È una questione di sguardo. La capacità di leggere ciò che accade non come un evento isolato, ma come un messaggio che chiede attenzione.
In questo senso, più che fortuna o sfortuna, esiste la disponibilità a interpretare. Ogni esperienza, anche quella più faticosa, porta con sé un’indicazione. Sta a noi decidere se ignorarla o farne qualcosa. Se chiuderla in un cassetto o lasciare che trasformi il nostro modo di stare al mondo.
Le festività natalizie, con il loro ritmo sospeso, sono forse uno dei pochi momenti dell’anno in cui possiamo permetterci questo tipo di riflessione. Non tanto per fare liste di obiettivi o promesse solenni, ma per chiederci con onestà:
In quali situazioni ho scelto di esserci davvero? E in quali invece ho scelto di tirarmi indietro?
Perché penso che la vita non sia una sequenza di eventi casuali che ci capitano addosso. Ma piuttosto un dialogo continuo tra ciò che accade e la nostra intenzione nel rispondere. E forse il vero cambiamento non nasce quando tutto va bene, ma quando iniziamo a considerare ogni esperienza (bella o difficile che sia) come un invito a comprendere qualcosa di più su di noi.
Non è fortuna.
È presenza.
È essere disponibili a decifrare ciò che la vita ci sta già dicendo.



