Ti riconosco da come cammini. Il fascino che si vede solo in movimento.

di Alice Maria Rizzo

Non serve vedere un volto per riconoscere qualcuno da lontano. Basta il modo in cui si muove. Ed è proprio in quel movimento, più che in qualsiasi lineamento fermo, che si nasconde una delle forme di bellezza più sottovalutate che esistano.

Facciamo un piccolo esperimento.
Pensate a una persona che conoscete bene e provate a immaginarla che cammina verso di voi, vista di spalle, in controluce, senza che riusciate a distinguerne il volto.
Bene, con ogni probabilità scommetto che la riconoscereste comunque, e in fretta.
Quel modo particolare di dondolare le spalle, quel ritmo del passo leggermente più lento o più deciso, quel gesto quasi impercettibile con cui sposta il peso da un fianco all’altro. Sono tutti elementi che il nostro cervello legge come una firma, tanto quanto un volto o una voce.

Negli anni Settanta uno psicologo svedese di nome Gunnar Johansson decise di studiare scientificamente questo fenomeno con un esperimento tanto semplice quanto geniale.
Attaccò piccole luci riflettenti alle articolazioni principali di alcune persone, ginocchia, caviglie, spalle, gomiti, e le filmò camminare al buio, in modo che sullo schermo comparissero soltanto una dozzina di puntini luminosi in movimento, senza alcun corpo visibile intorno.
Quando il fotogramma era fermo, quei puntini sembravano un ammasso casuale di luci senza alcun senso. Ma appena venivano messi in movimento, il cervello degli osservatori ricostruiva istantaneamente una figura umana che camminava, correva, ballava, quasi senza sforzo.
Studi successivi, come quello di Kozlowski e Cutting alla fine degli anni Settanta, dimostrarono che da quegli stessi puntini in movimento si riesciva persino a intuire il genere di chi camminava, semplicemente osservando la dinamica del gesto.

Questo significa una cosa piuttosto sorprendente per chi si occupa di bellezza, che il movimento comunica un’identità e un carattere che nessuna fotografia statica riuscirà mai a catturare del tutto.
Eppure quando si parla di cura di sé, l’attenzione va quasi sempre e solo su ciò che resta fermo: la pelle, i lineamenti, il colore dei capelli. Come se la bellezza fosse per forza una questione di pose immobili. Il portamento, l’andatura, il modo in cui ci si alza da una sedia o si attraversa una stanza, restano quasi sempre fuori dal discorso, relegati a un vago concetto di eleganza che nessuno sa bene come coltivare.

E invece il modo in cui ci muoviamo racconta moltissimo di noi, prima ancora che apriamo bocca.
Un’andatura fluida, con il busto eretto senza rigidità e i passi regolari, comunicano quasi automaticamente sicurezza e disponibilità verso chi ci osserva.
Al contrario, un passo trascinato, spalle curve, movimenti nervosi o eccessivamente rigidi trasmettono, spesso a torto, un senso di disagio o di stanchezza, indipendentemente da quanto curato sia il resto dell’aspetto.
E non è un caso che i grandi maestri di scena, ballerini e attori in primis, dedichino anni interi allo studio del proprio incedere. Sanno bene che il corpo in movimento comunica molto più di quanto la maggior parte di noi sia disposta ad ammettere.

E c’è anche una componente puramente meccanica che vale la pena considerare, ed è tutt’altro che scontata. La maggior parte delle rigidità posturali che notiamo negli altri, e spesso anche in noi stessi, non nasce da un difetto estetico ma da abitudini quotidiane sedimentate nel tempo, come stare seduti troppe ore con le spalle curve o portare sempre lo stesso peso dalla stessa parte. Alcune addirittura nascono durante l’infanzia o si formano nell’adolescenza.
Correggerle non richiede interventi complicati, ma spesso solo consapevolezza. Qualche minuto al giorno dedicato a camminare con attenzione, sentendo davvero il contatto del piede con il terreno, può modificare nel tempo un’intera andatura, con effetti visibili molto più duraturi di qualsiasi accorgimento puramente cosmetico. Così come allargare le spalle e alzare il mento, possono risolvere, con l’andare del tempo, anche qualche problemino relazionale.

Quindi la prossima volta che si pensa alla propria immagine, varrebbe la pena, distogliere per un momento lo sguardo dallo specchio fermo e osservarsi mentre ci si muove. E scoprire quella parte di bellezza che nessuna fotografia riuscirà mai a restituire davvero. Quella che esiste solo quando siamo in movimento, e che gli altri, spesso senza nemmeno accorgersene, riconoscono prima ancora del nostro volto.

Autore: Alice Maria Rizzo