Nella grande retrospettiva che apre il 26 febbraio 2026 alla Tate Modern di Londra, questa confessione diventa un territorio emotivo che attraversa quattro decenni di vita e di arte.
Emin lavora con una lingua che non assomiglia a nessun’altra. Che sia un neon, una scultura in bronzo, un disegno fatto di linee pulsanti, una fotografia o un letto disfatto, ciò che emerge è sempre un nucleo vulnerabile, una ferita che non teme di mostrarsi.
In un mondo che pretende perfezione, Emin restituisce umanità.
Nel suo universo, il corpo è un archivio: conserva traumi, desideri, fantasmi, lacrime che non evaporano.
L’arte diventa allora il luogo in cui il privato assume forma pubblica, non per esibizionismo, ma per necessità.




