Vivian Maier: la cronista invisibile dell’America.

di Reo Aromi

Vogliamo dedicare il primo articolo di “Appunti Sparsi Ma Non Troppo” alla fotografia e in particolar modo ad una fotografa. Una donna che ha cambiato tutto, ha inventato, ha raccontato, ha sofferto e ha lasciato.

“Suppongo che nulla debba durare per sempre. Dobbiamo fare spazio ad altre persone. È una ruota. Sali, vai fino in fondo. E qualcun altro ha la stessa opportunità di arrivare alla fine. E così via. E qualcun altro prende il suo posto.”

—Vivian Maier—

La fotografia, nella sua essenza più profonda, non è solo un atto tecnico, ma un’alchimia tra luce e tempo. È l’unica arte che può dimostrare che un istante, per sua natura effimero e irripetibile, è esistito.

La parola stessa, dal greco phōs (luce) e graphía (scrittura), definisce questo processo: scrivere con la luce.

Ma se la tecnica è il mezzo, l’aspetto artistico e poetico ne è l’anima. La fotografia si spoglia della necessità di riprodurre il reale con fedeltà scientifica per abbracciare la visione soggettiva del suo creatore. Diventa un ponte tra l’occhio interiore del fotografo o della fotografa e il mondo esterno, trasformando la scena banale di un marciapiede, un volto sconosciuto, o un gioco di ombre, in una narrazione che risuona con l’emozione universale.

E, se vogliamo, è l’arte di scegliere cosa salvare dal flusso implacabile dell’esistenza.

Vivian Dorothy Maier è stata una delle fotografe di spicco del Novecento, anche se di fatto è stata invisibile per tutta la sua esistenza.

Nacque a New York il primo febbraio del 1926. Di madre francese e padre austriaco, trascorse parte della sua infanzia in Francia. Tornata negli Stati Uniti, a partire dal 1951, condusse una vita discreta e solitaria, mantenendosi lavorando come bambinaia e governante per diverse famiglie benestanti, prima a New York e poi, dal 1956, a Chicago.

Il suo lavoro come tata era il suo sostentamento ma la sua vera vocazione, ciò che le impegnava quasi ogni istante libero, era la fotografia.

Equipaggiata prima con la sua inseparabile Rolleiflex (una macchina a pozzetto che le permetteva di scattare guardando in basso, senza creare un contatto visivo aggressivo con il soggetto) e poi con una Leica, Vivian Maier intraprese un’ossessiva, solitaria e meticolosa opera di documentazione della vita di strada americana, e non solo.

Si stimano oltre 150.000 negativi, migliaia di stampe, e numerosi filmati in Super 8, gran parte dei quali non furono mai sviluppati o mostrati a nessuno.

Le sue immagini sono considerate “monumenti alla quotidianità” e costituiscono una vera e propria cronaca emotiva della società urbana dal dopoguerra agli anni ’80. Vivian Maier si muoveva in modo discreto con una curiosità acuta, captando la cruda realtà, l’ironia sottile, la gioia spontanea dei bambini e la dignità delle persone ai margini della società.

Le sue foto sono spesso caratterizzate da sguardi intensi, una composizione attenta, che rivela una profonda consapevolezza formale e un rigore compositivo impressionanti.

Ciò che colpisce maggiormente nelle immagini di Vivian Maier è una sorta di innata spontaneità e, in molte immagini, una triste vena poetica. È davvero incredibile, guardando le sue foto, come si percepisca di fatto sia l’anima della fotografa sia quella del soggetto, anche quando i soggetti sono oggetti. Volti, situazioni, close-up, persino bottiglie, immagini sfuocate o un’auto con davanti due alberi, respirano ed emozionano.

Forse pochi altri fotografi e fotografe sono state in grado di trasmettere così tanto in un’immagine, se consideriamo anche che Vivian Maier scattava per strada, senza che il soggetto se ne accorgesse.

La vita di Vivian Maier è stata costellata anche di eccentricità che alimentarono il suo mito postumo.

Non sviluppò quasi mai i suoi rullini. Era spesso in difficoltà economica e, secondo alcuni, la fotografia era per lei un atto completo già nel momento dello scatto.

Pare che Vivian accumulasse compulsivamente giornali vecchi, scontrini, registrazioni audio e, naturalmente, i suoi scatoloni di pellicole, quasi a voler catalogare ogni aspetto della realtà.

E molte delle persone che la conobbero la descrissero come una donna enigmatica, austera, con un forte accento francese, che non condivideva quasi nulla della sua vita privata e professionale.

La storia del ritrovamento delle immagini nel 2007 è degna di un giallo.

A causa di difficoltà finanziarie, i suoi scatoloni contenenti l’archivio furono messi all’asta in un magazzino di Chicago.

Nel 2007, uno storico amatoriale, John Maloof, acquistò per circa $380 una parte del contenuto del box. Maloof era alla ricerca di vecchie foto di Chicago. Iniziando a sviluppare i negativi, rimase sbalordito dall’eccezionale qualità del lavoro.

Solo dopo un’intensa ricerca e dopo aver digitalizzato una parte del materiale, si rese conto di aver scoperto una delle più grandi fotografe del Novecento.

Maloof cercò di rintracciare la donna, ma Vivian Maier morì nel 2009, ignara della fama e del clamore che la sua opera avrebbe generato.

Il documentario del 2013, Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), diretto dallo stesso Maloof, ha definitivamente portato la “tata-fotografa” all’attenzione mondiale, consolidando la sua reputazione come una gigante della fotografia tardivamente riconosciuta.

Una vita affascinante, misteriosa, commovente, ma soprattutto, invisibile.

Autore: Reo Aromi

Immagini © Vivian Maier - John Maloof