E, se vogliamo, è l’arte di scegliere cosa salvare dal flusso implacabile dell’esistenza.
Vivian Dorothy Maier è stata una delle fotografe di spicco del Novecento, anche se di fatto è stata invisibile per tutta la sua esistenza.
Nacque a New York il primo febbraio del 1926. Di madre francese e padre austriaco, trascorse parte della sua infanzia in Francia. Tornata negli Stati Uniti, a partire dal 1951, condusse una vita discreta e solitaria, mantenendosi lavorando come bambinaia e governante per diverse famiglie benestanti, prima a New York e poi, dal 1956, a Chicago.
Il suo lavoro come tata era il suo sostentamento ma la sua vera vocazione, ciò che le impegnava quasi ogni istante libero, era la fotografia.
Equipaggiata prima con la sua inseparabile Rolleiflex (una macchina a pozzetto che le permetteva di scattare guardando in basso, senza creare un contatto visivo aggressivo con il soggetto) e poi con una Leica, Vivian Maier intraprese un’ossessiva, solitaria e meticolosa opera di documentazione della vita di strada americana, e non solo.
Si stimano oltre 150.000 negativi, migliaia di stampe, e numerosi filmati in Super 8, gran parte dei quali non furono mai sviluppati o mostrati a nessuno.