Perché la pasta è il filo dorato del nostro benessere.

di Mario Innocente

C’è qualcosa di profondamente catartico nell’osservare una cascata di spaghetti che si tuffa nell’acqua bollente o nel sentire il profumo di un sugo al pomodoro che borbotta piano sul fuoco.

La pasta non è solo il pilastro della nostra (e non solo) tavola, è un’opera d’ingegneria del piacere, una geometria commestibile che ha il potere magico di raddrizzare una giornata storta e di trasformare un semplice pasto in un rito di arricchimento interiore. Amarla non è solo una questione di palato, ma un atto di devozione verso una bellezza che parte dal chicco di grano per arrivare dritta allo spirito.

Sebbene la leggenda di Marco Polo che porta gli spaghetti dalla Cina sia affascinante, la realtà è ancora più intrisa di cultura e ingegno. Già nel XII secolo, in Sicilia, si produceva una pasta secca a forma di fili chiamata itriyya, termine di origine araba. Sembra che la pasta sia nata come un cibo “da viaggio”, era la tecnologia più avanzata del tempo per conservare l’energia del sole e del grano in uno spazio ridottissimo.
Ma la curiosità più divertente risiede nel modo in cui veniva consumata a Napoli fino all’Ottocento. I celebri mangiamaccaroni la mangiavano rigorosamente con le mani, sollevando i fili verso l’alto con un gesto teatrale e sinuoso che oggi definiremmo una vera performance artistica.

La forchetta a quattro rebbi che usiamo oggi, è stata perfezionata proprio per mangiare la pasta. Prima aveva solo due o tre rebbi, ma il nobile Gennaro Spadaccini, cerimoniere di corte dei Borbone, decise che serviva uno strumento più “aggraziato” per arrotolare gli spaghetti senza perdere l’eleganza.

Oltre alla storia, la pasta nasconde segreti che toccano le corde della nostra serenità.
È un incredibile stimolatore di serotonina, l’ormone del buonumore. Ma c’è di più: la scienza ci dice che la sua masticazione e la varietà delle sue forme stimolano aree del cervello legate alla creatività. Non è un caso che ogni regione d’Italia abbia disegnato formati diversi, dalle orecchiette pugliesi ai culurgiones sardi, trattando la pasta come se fosse scultura.

Scegliere un formato rispetto a un altro non è un gesto banale, è una scelta estetica che cambia la nostra percezione del gusto e del piacere.

Non ultimo c’è da sapere che esiste un legame tra la musica e la pasta. Infatti nel periodo barocco, alcuni compositori paragonavano la struttura di una fuga musicale alla stratificazione dei sapori in una lasagna. C’è un ritmo nel mangiare la pasta: il tempo dell’attesa (la cottura al dente, fondamentale per mantenere l’energia costante), il tempo del condimento e quello della condivisione. È un alimento che ci obbliga alla pazienza e alla precisione, doti che ci rendono persone più equilibrate e attente ai dettagli della vita.

In una società che sembra voler consumare tutto sempre più velocemente, la pasta ci invita a fermarci e a celebrare la bellezza della semplicità. Che sia un rigatone che cattura il sugo o una farfalla che sembra pronta a spiccare il volo dal piatto, questo cibo ci insegna che la vera bellezza è democratica, quotidiana e solare. Ogni forchettata è un invito a sorridere, a godere della consistenza e a ricordarsi che, in fondo, la felicità ha spesso il colore dell’oro e il profumo del grano maturo.

Mangiare un buon piatto di pasta non significa solo nutrirsi, ma è un modo per dire al mondo che sappiamo ancora riconoscere, e gustare, lo splendore nelle cose vere… e belle!

 

Piccola storia personale.
Quando ero piccolo, la domenica me ne stavo in cucina con mia madre a vederla cucinare. Aveva un modo così elegante e fluido di muoversi in quella piccola stanza. Non era solo a suo agio, ne era parte integrante.
Negli anni ’70, la domenica mattina prima di pranzo, alla TV trasmettevano sempre un concerto di musica classica. Ricordo che rubavo uno spaghetto crudo dalla scatola della pasta e mi mettevo davanti al televisore a dirigere l’orchestra, sotto lo sguardo divertito di mia madre.

Autore: Mario Innocente