Jennifer Droguett. Il filo che cuce radici sudamericane e futuro sostenibile.

di Mario Innocente

Dai prestigiosi atelier di Viktor & Rolf alla fondazione di Anciela, Jennifer Droguett Espinosa si è imposta nel panorama londinese come una designer capace di far convivere l'avanguardia stilistica con una narrazione intima e profonda, intrecciando folklore, riciclo e identità migrante.

Nata a Medellín, in Colombia, e cresciuta tra le vette delle Ande e le coste del Cile, Jennifer Droguett Espinosa ha trasformato la sua esperienza di migrazione in una vera e propria missione creativa. Fondatrice del brand Anciela, il cui nome è un affettuoso omaggio ai nonni Angel e Graciela, la stilista ha saputo canalizzare i ricordi di un’infanzia vibrante in un progetto che va ben oltre l’abbigliamento, diventando un ponte culturale tra l’America Latina e l’Europa.

La sua ascesa nel mondo del “fashion” non è stata casuale, ma frutto di una formazione d’eccellenza. Dopo essersi laureata all’AMFI di Amsterdam, Jennifer ha affinato il suo talento in alcuni dei laboratori più prestigiosi al mondo. È stata la prima stagista latina nell’atelier di haute couture di Viktor & Rolf, un’esperienza che lei stessa definisce trasformativa, prima di collaborare con nomi del calibro di House of Holland, Richard Malone e Phoebe English. Queste esperienze le hanno permesso di padroneggiare il taglio sartoriale sperimentale, che oggi è la firma distintiva delle sue collezioni.

Tuttavia, è con la nascita di Anciela nel 2019 che la visione di Jennifer si compie pienamente.

In un’epoca segnata dall’emergenza climatica, la designer ha scelto di porre la circolarità al centro del suo business. Utilizzando tessuti di recupero (deadstock), ricami che richiamano le tradizioni delle Arpilleras cilene e tecniche di upcycling, Jennifer dimostra che la moda etica non deve essere necessariamente “basica” o priva di carattere, ma può essere sofisticata, colorata e decisamente audace.

Oggi, Jennifer Droguett non è solo una designer, ma una voce autorevole per la comunità latina nel Regno Unito. Attraverso le sue passerelle alla London Fashion Week e i suoi cortometraggi pluripremiati, racconta storie di folklore, tradizioni funerarie colombiane e resilienza, trasformando ogni capo in un manifesto di inclusività

In questa intervista, ci addentriamo nel suo universo creativo per scoprire come l’amore per la propria terra e il rispetto per il pianeta possano dare vita a un nuovo concetto di lusso consapevole.

 

7030 Beauty Factor presenta la bellezza come un dialogo continuo tra dimensione interiore ed esteriore. Cosa rappresenta per te oggi la parola “bellezza”?

La bellezza rappresenta l’esplorazione della nostra identità nella sua forma più pura. È la somma di piccoli e grandi gesti che ci rendono ciò che siamo mentre attraversiamo la vita, e il modo in cui scegliamo di esprimerci creativamente nel tempo.

Pensi che viviamo in un’epoca più focalizzata sull’apparenza o sulla coltivazione della nostra interiorità? E come riesci a bilanciare questi due aspetti nella tua vita?

Penso un po’ entrambi, ma sfortunatamente il focus è ancora molto sbilanciato sull’apparenza. Gran parte della cultura pop è dettata da celebrità che promuovono un’idea di bellezza fuorviante. Soprattutto come donna, sento la pressione dell’eterna giovinezza e del cosiddetto “corpo perfetto” (solitamente sottopeso, come ha dimostrato la popolarità dell’Ozempic negli ultimi anni).
Ciò che forse è cambiato è l’accesso a storie di bellezza più diversificate che sfidano la norma e vengono vissute attraverso uno spettro culturale più ampio. Penso, ad esempio, all’ascesa di influencer body-positive e sportive di ogni età in tutto il mondo che condividono le proprie storie. Lavorare nella moda per dieci anni ha cambiato la mia percezione della “bellezza” come concetto costruito a tavolino, e questo mi ha dato chiarezza su ciò che rende qualcosa veramente bello. Invecchiando, do valore a cose diverse, come le storie uniche delle persone, la saggezza, la gentilezza e il senso di comunità.

La bellezza è puramente una percezione personale o esistono elementi che possiamo riconoscere come universalmente belli? Quali sono, secondo te, quei piccoli dettagli che fanno davvero la differenza?

Credo sia principalmente una percezione personale basata sul contesto e sulla cultura. La vedo in modo simile a come percepiamo l’arte: è molto soggettiva. La chiave risiede nell’autenticità e nelle storie significative che si celano dietro gli artisti e gli oggetti, e nel modo in cui questi possono colpire lo spettatore a livello emotivo.
Credo che quella connessione sia bellezza.

All’inizio del tuo percorso nella moda, quale idea di bellezza ti guidava? E come si è evoluta nel tempo, attraverso diverse esperienze e culture?

Suppongo che la mia idea di bellezza sia sempre stata legata alla mia cultura e al modo in cui sceglievo di celebrarla attraverso la moda. All’inizio ero molto preoccupata di come il brand sarebbe stato percepito in Europa; mi trattenevo creativamente seguendo consigli sbagliati in termini di casting, messaggistica del brand e design.

Ricordo che un editor di Vogue Italia mi disse che il mio marchio non sembrava “abbastanza latino” (persona che, tra l’altro, non era mai stata in America Latina). Lì ho capito che ero sulla strada per qualcosa di nuovo. Il problema risiede nelle aspettative stereotipate verso le minoranze, quelle idee preconcette su ciò che avrebbero voluto che io fossi significavano semplicemente che non avevano mai visto una proposta come la mia prima di allora. Dopo sette anni sono più sicura della mia visione e seguo molto di più il mio istinto. Ho capito che non si può accontentare tutti ed è sempre meglio restare fedeli a ciò che sentiamo autentico. Inoltre, trovare le persone giuste con cui lavorare, capaci di comprendere la tua visione e aiutarti a trasmettere il messaggio attraverso le campagne, le sfilate e la direzione artistica, è stato fondamentale per plasmare l’identità del brand e la mia attuale idea di bellezza.

Le tue radici latino-americane sono una presenza forte nel tuo percorso. In che modo questa eredità influenza la tua visione di bellezza e come la esprimi attraverso Anciela?

Anciela prende il nome dai miei nonni colombiani, Angel e Graciela, come promemoria di dove vengo e di come le mie radici abbiano plasmato la mia visione: dall’ispirazione alle storie che scelgo di raccontare, fino ai materiali, ai colori, agli artigiani e agli artisti con cui collaboro.

Nel tuo lavoro, la sostenibilità sembra essere una scelta etica. Quanto è importante per te che ciò che crei sia coerente con chi sei?

Per me è un imperativo. Uno dei motivi per cui ho deciso di fondare un brand durante un’emergenza climatica è stato quello di diventare parte della soluzione e non del problema. L’obiettivo è sempre stato esplorare e trovare modi per lavorare meglio, in modo più circolare, etico e rigenerativo. Punto a usare Anciela come piattaforma per rendere la moda sostenibile più accessibile e coinvolgente per tutti. Creiamo spazi sicuri dove le persone possono toccare con mano cosa significhi la circolarità, attraverso allestimenti educativi che offrono risposte e soluzioni concrete.

Quando sviluppi una collezione, quale viaggio interiore accompagna quello creativo? Come traduci qualcosa di profondamente personale nei tuoi capi?

Spesso il viaggio creativo inizia in modo molto astratto.L’inizio può essere un ricordo, una foto, un evento o persino un sogno o una sensazione. Poi inizia il processo di ricerca e il percorso sperimentale, dove questi elementi prendono forma in qualcosa di più concreto: uno storyboard, un mood ricco di riferimenti visivi, che alla fine si trasforma in qualcosa di indossabile. È un processo piuttosto intuitivo che si evolve dai progetti e dai design sviluppati in precedenza. Amo il draping, giocare con i materiali e la relazione tra il capo e chi lo indossa.

Ogni creativo porta con sé una sensibilità che rimane, anche se lo stile si evolve. Quale emozione o immaginario senti costante nel tuo lavoro?

C’è sicuramente un tocco di nostalgia surrealista mescolato al folklore Latinx, presentato in modo giocoso e interattivo.

C’è un pensiero, una frase, un consiglio, un’immagine, una canzone o anche un oggetto che vorresti condividere con i nostri lettori come tuo messaggio personale sulla bellezza?

Una frase di Leonor Fini: “Dipingo quadri che non esistono e che vorrei vedere.

L’universo di Jennifer Droguett ci ricorda che la moda non è solo un esercizio estetico, ma un atto di resistenza e di memoria. Attraverso Anciela, Jennifer non si limita a vestire i corpi, ma veste le storie, trasformando il riciclo in poesia e il folklore in un linguaggio universale. In una società che troppo spesso ci chiede di conformarci a standard predefiniti, la sua visione ci invita a cercare la bellezza nell’autenticità delle nostre radici e nella responsabilità verso il pianeta.

È proprio in questa fusione tra etica ed estetica che risiede la forma più alta di bellezza, quella che ha il coraggio di essere vera, di essere imperfetta e, soprattutto, di essere libera.

 

7030 Beauty Factor ringrazia di cuore Jennifer Droguett per aver condiviso con noi la sua preziosa visione. Il suo percorso è per noi una fonte d’ispirazione, un esempio luminoso di come il talento, unito a una profonda consapevolezza interiore, possa generare un impatto positivo e duraturo nel mondo contemporaneo.

Autore: Mario Innocente