Quello che la ricerca sta scoprendo su questo gesto apparentemente banale è qualcosa che dovrebbe farci fermare e pensare, perché ribalta molte delle nostre certezze su cosa significhi davvero prendersi cura di sé.
Partiamo da un dato che mette i brividi per la sua semplicità: un essere umano adulto si tocca in media fino a ottocento volte al giorno. Ottocento, capito? E la maggior parte delle volte lo fa, ovviamente, senza nemmeno accorgersene. Un dito che scorre lungo il mento, una mano che si posa sulla nuca, le dita che si intrecciano. Per decenni la psicologia ha considerato questi gesti poco più che tic nervosi. Poi qualcuno ha cominciato a guardarli con più attenzione, e si è aperto un mondo.
Il primo a capire quanto il tatto fosse fondamentale non per il piacere ma per la sopravvivenza psicologica fu Harry Harlow, uno psicologo americano che negli anni Cinquanta condusse uno degli esperimenti più dirompenti della storia della psicologia.
Harlow separò alla nascita dei cuccioli di macaco rhesus dalle loro madri e mise in ogni gabbia due surrogati: uno di fil di ferro che forniva il latte, l’altro di morbido peluche che non dava alcun nutrimento. Secondo la teoria dominante dell’epoca, i cuccioli avrebbero dovuto attaccarsi alla madre di ferro. Invece passavano tra sedici e diciotto ore al giorno aggrappati alla madre di stoffa, correndo da quella di ferro solo per mangiare e tornando subito al caldo del tessuto.
Il legame madre-figlio si sviluppa principalmente attraverso il contatto fisico e la vicinanza corporea, non attraverso il nutrimento. Questa fu la conclusione rivoluzionaria di Harlow, che demolì in un colpo solo decenni di teorie che riducevano l’amore a una questione di sopravvivenza biologica. Il tatto non era un lusso. Ma bensì era la struttura portante dell’identità.
Ora proviamo a spostare il focus dall’infanzia all’adulto.
Uno studio tedesco pubblicato nel 2021 sulla rivista Comprehensive Psychoneuroendocrinology volle capire cosa accade fisiologicamente quando ci auto-consoliamo con il tatto. Non quando qualcun altro ci abbraccia, ma quando siamo noi a toccarci.
Il risultato, anche qui sorprendente, fu che l’auto-tocco consolatorio attiva un senso di sicurezza indotto da sé stessi, di intenzionalità e di mindfulness, producendo effetti misurabili sui livelli di cortisolo. In altre parole, posarsi una mano sul petto, stringersi un braccio, accarezzarsi la nuca (gesti che se notate, compiamo istintivamente sotto tensione) non sono segnali di debolezza. Sono meccanismi di regolazione emotiva precisi, efficienti, letteralmente alla portata di mano.
Il meccanismo biochimico che sta sotto è affascinante. Il tatto non nocivo, nel contesto giusto, abbassa i marcatori fisiologici dello stress come frequenza cardiaca, pressione sanguigna e cortisolo, e aumenta i livelli di ossitocina, serotonina e dopamina associati al benessere. L’ossitocina in particolare non viene rilasciata solo quando veniamo toccati da qualcun altro, ma viene rilasciata anche quando ci tocchiamo noi stessi, se il gesto è percepito come gentile e intenzionale.
Il corpo non distingue sempre la fonte del conforto, ma si concentra sulla qualità del tocco.




