Marisol. La donna che andò a fare sub e lasciò Andy Warhol da solo alla festa.

di Michael Abisi

Esiste un tipo di persona che entra in una stanza e non dice niente. Letteralmente niente, per ore, per mesi, per anni. Eppure è quella di cui si parla di più. Marisol Escobar era esattamente questa persona.

Nata a Parigi nel 1930 da genitori venezuelani ricchi e nomadi, Marisol Escobar trascorse l’infanzia spostandosi tra Caracas, New York ed Europa come se il mondo fosse un grande appartamento con troppe stanze. Poi, a undici anni, sua madre si suicidò, e Marisol prese una decisione radicale: non avrebbe più parlato.

«Non ho parlato per anni, tranne per lo stretto necessario a scuola e per strada. Ero già quasi trentenne quando ho ricominciato e il silenzio era diventato un’abitudine tale che non avevo davvero niente da dire a nessuno», raccontò molti anni dopo, con quella concisione che aveva affinato nel tempo come fosse uno strumento artistico.
Il silenzio, per lei, non era mai stata assenza. Era un vero e proprio linguaggio.

E il linguaggio che scelse per parlare al mondo fu la scultura.
Non tanto la scultura elegante, accademica, da piedistallo. Sperimentando Pop Art, Dadaismo, arte folk e Surrealismo, Marisol costruì pezzi che facevano ridere delle mode del momento, della politica, della cultura televisiva e persino degli altri artisti.
Le sue creature erano assemblaggi di blocchi di legno grezzo, calchi in gesso delle sue stesse mani e del suo viso, che usava come timbro su ogni opera, un po’ firma e un po’ ossessione. Fotografie, vestiti veri, disegni, pittura. Figure totemiche, a grandezza naturale, che guardavano lo spettatore con quella faccia inespressiva che sembrava dire: ti sto giudicando e non ne vale la pena.

Era l’ironia fatta materia solida.

Nella New York degli anni Sessanta, Marisol era ovunque. Amica e musa di Andy Warhol, che la definì con la sua consueta eleganza «la prima artista donna con glamour». Compariva nei suoi film, frequentava il The Factory, era la presenza più enigmatica di ogni festa.
Nel 1961 si presentò al Club, organizzazione esclusivamente maschile che includeva de Kooning, Franz Kline e Motherwell, indossando una maschera bianca. La folla urlò che la togliesse battendo i piedi. Lei non la tolse. Naturalmente. La maschera era il punto. La maschera era l’opera.

C’è anche un aneddoto, forse vero, forse no, poco importa, che racconta di un ragno che le costruì una ragnatela sotto l’ascella durante una cena all’aperto, perché era rimasta immobile così a lungo che l’animale si era convinto di trovarsi in un posto sicuro e disabitato. Era una persona talmente ferma, talmente silenziosa, da essere scambiata per un elemento del paesaggio.

Le sue sculture, invece, urlavano.
Gruppi scultorei come Women and Dog (1963-64) e The Party (1965-66) criticavano le norme sociali e di genere attraverso una mimesi satirica.
Le figure raffigurate incarnavano la femminilità come performance costruita, piena di ironia e intelligenza. In The Party, una installazione a grandezza naturale di figure della élite sociale riunite in festa, ogni personaggio aveva la faccia di Marisol. Tutte le facce erano le sue. Era allo stesso tempo un gesto narcisistico e una critica feroce: siamo tutti la stessa maschera, sembrava dire, cambia solo l’abito.
Ad un certo punto abbandonò anche il cognome Escobar, e scelse di essere solo Marisol, per liberarsi di un’identità patrilineare e, come disse lei stessa, «per distinguersi dalla massa».
Anche questo era un atto scultoreo, rimodellare sé stessa come si modella l’argilla.

Il New York Times nel 1965 le dedicò un articolo con un titolo che vale come recensione completa: Not Pop, Not Op, It’s Marisol!  (Non è Pop, non è Op, è Marisol).

Impossibile da catalogare, impossibile da ignorare. La sua mostra alla Sidney Janis Gallery nel 1966 portò la folla più numerosa nella storia di quella istituzione. Nel 1968 rappresentò il Venezuela alla Biennale di Venezia. Era al culmine. Era la persona più interessante della stanza, di qualsiasi stanza. E fu esattamente in quel momento che decise di andarsene.

Partì per Tahiti per una pausa di due mesi. Quei due mesi diventarono quattro anni. Imparò a fare immersioni subacquee e descrisse l’esperienza come una rinascita: «mi sentivo ripulita e purificata».
Girò il mondo, India, Thailandia, Cambogia, America Centrale, con la stessa nonchalance con cui altri cambiano taglio di capelli. Girò un documentario mai completato sulla minaccia ambientale alle barriere coralline, decenni prima che diventasse un tema di tendenza.
Tornò a New York nel 1970 con l’intenzione di fare «qualcosa di molto puro, qualcosa di molto bello» e produsse una serie di grandi pesci scolpiti nel mogano lucidato, quasi tutti con il suo viso. Ovviamente.

Nel frattempo, il mondo dell’arte aveva tirato avanti senza di lei. Quando tornò, i trend dominanti erano l’arte concettuale, la performance art, il minimalismo. I pesci di mogano vennero accolti con perplessità. I critici erano confusi. Il mercato era distratto. Marisol continuò a lavorare, imperterrita, con quella qualità rara nelle persone di talento, come indifferenza autentica al consenso altrui.
«Ho sempre voluto essere libera nella mia vita e nel mio lavoro. È importante quanto la verità», disse in un’intervista del 1989. Una frase che suona come un manifesto, pronunciata da qualcuno che i manifesti li ha sempre trovati un po’ sopravvalutati.

La storia di Marisol è una di quelle storie che irritano, nel senso buono, irritano perché rivelano quanto il sistema dell’arte (come ogni sistema d’altronde) premi la continuità, la presenza costante, la disponibilità a restare nel recinto. Lei quel recinto lo scavalcò due volte, tornò ogni volta con qualcosa di nuovo, e ogni volta il mondo fece finta di non riconoscerla.
Oggi una retrospettiva itinerante con 244 opere sta finalmente restituendole il posto che merita, nei musei e nella conversazione. In Italia, il suo nome è ancora quasi sconosciuto, il che dice tutto su quanto spesso la grandezza passi inosservata se non porta con sé il rumore giusto.

Lei, del rumore, non ne ha mai avuto bisogno. «Ho iniziato a fare cose divertenti per diventare più felice», disse una volta, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
E forse lo è.
Forse la semplicità di quella frase è il suo capolavoro più sottovalutato.

Autore: Michael Abisi

Immagini © Getty Images | © Estate of Marisol/Artists Rights Society (ARS), New York