Il loop infinito e l’inizio del futuro. La storia di “O Superman” di Laurie Anderson.

di Reo Aromi

Nel 1981, un brano di oltre otto minuti, costruito su un ipnotico loop vocale e del tutto privo di una struttura pop tradizionale, scalò a sorpresa le classifiche britanniche arrivando fino al secondo posto. Quel brano era "O Superman (For Massenet)" di Laurie Anderson, un’opera d’avanguardia capace di trasformarsi in un fenomeno di massa e di cambiare per sempre il rapporto tra voce umana, tecnologia e performance art.

A fare da colonna portante all’intera composizione è un singolo frammento vocale: la sillaba “Ha”, registrata in loop e ripetuta senza sosta attraverso un harmonizer della Eventide per tutto il brano.

Quello che per l’ascoltatore sarebbe diventato un ritmo martellante e quasi robotico, per la Anderson era semplicemente l’equivalente della drum machine che all’epoca non poteva permettersi. Non si trattava di fredda tecnologia, ma di un vero e proprio respiro umano trasformato in ritmo strutturale.
Su questo battito elettronico e claustrofobico si innesta la voce filtrata dal vocoder, che recita un testo criptico, sospeso tra filastrocca infantile, profezia politica e satira della società dei consumi.

La genesi di questo capolavoro affonda le radici in un cortocircuito surreale tra l’opera lirica dell’Ottocento e un fallimento militare della politica estera statunitense.
L’ispirazione iniziale e il sottotitolo della canzone sono un omaggio all’aria “Ô Souverain, ô juge, ô père” dall’opera Le Cid di Jules Massenet. Anderson ne riprese l’attacco solenne, ma invece di rivolgersi a un “Sostenitore” divino o sovrano, lo adattò all’era moderna trasformandolo nel celebre e alienante richiamo al supereroe della cultura pop.

A dare la vera spinta alla nascita del testo fu tuttavia un evento di cronaca del 1980. Il fallimento dell’operazione Eagle Claw, il tentativo da parte degli Stati Uniti di salvare cinquantadue ostaggi americani nell’ambasciata di Teheran. La missione si concluse con un disastroso incidente tra elicotteri e aerei da trasporto nel deserto iraniano, causando la morte di otto militari.
Sconvolta dall’arroganza della tecnologia bellica americana finita in tragedia, la Anderson scrisse la seconda parte del testo, dove i velivoli militari si fondono con una figura materna distorta e soffocante che stringe il cittadino tra le sue braccia automatiche ed elettroniche. persino l’incipit parlato del brano prende spunto dalle prime segreterie telefoniche digitali che si stavano diffondendo a New York in quegli anni, ipotizzando una telefonata in cui dall’altra parte del filo non c’è un amico, ma la Morte o l’America stessa.

Ciò che rende la storia di “O Superman” ancora più incredibile fu la sua assurda parabola commerciale.

Inizialmente il brano doveva essere distribuito solo via posta tramite una piccolissima etichetta indipendente, la One Ten Records di B. George, e ne vennero stampate appena mille copie. Il corso degli eventi cambiò quando il leggendario DJ di BBC Radio 1, John Peel, ne entrò in possesso e iniziò a trasmetterlo ossessivamente durante i suoi programmi serali. L’impatto sul pubblico britannico fu devastante. I negozi di dischi vennero presi d’assalto e la Warner Bros., sbalordita dal fenomeno, si affrettò a rilevare i diritti del singolo offrendo alla Anderson un contratto discografico per ben sette album.

A distanza di decenni, “O Superman” rimane un manifesto insuperato dell’art-pop, un brano capace di predire l’angoscia dell’era digitale, la dipendenza dalla tecnologia e le contraddizioni del potere, il tutto sorretto da una voce modulata che ancora oggi sembra provenire direttamente dal nostro futuro.

Autore: Reo Aromi