Il lato segreto dello yoga che pochi conoscono.

di Reo Aromi

Quando pensiamo allo yoga la mente corre quasi automaticamente a un tappetino dai colori tenui, una sala con illuminazione tenue, una playlist rilassante e qualcuno che ci ripete di respirare con calma. È un'immagine bellissima, per carità, ma racconta solo l'ultimissima pagina di una storia lunghissima, cominciata migliaia di anni prima che qualcuno inventasse il leggings tecnico.

Le prime tracce della parola yoga compaiono nei Veda, le più antiche raccolte di testi sacri in sanscrito, risalenti a un periodo che va dal 1500 al 900 avanti Cristo, dove si parla già di meditazione e pratiche spirituali profonde.
Altro che moda del ventunesimo secolo quindi, ma stiamo parlando di una tradizione che affonda le radici agli albori della civiltà umana, ben prima della nascita della maggior parte delle religioni organizzate che conosciamo oggi.

Per secoli, anzi per millenni, questa conoscenza non venne nemmeno scritta, si tramandava a voce, da maestro ad allievo, in un rapporto diretto e quasi segreto, protetto dalla natura stessa dell’insegnamento.

Ed è qui che la storia comincia a farsi davvero interessante, quasi da romanzo.
Il personaggio a cui si attribuisce la sistematizzazione dello yoga così come lo intendiamo filosoficamente, l’autore dei celebri Yoga Sutra, è un uomo chiamato Patanjali, vissuto probabilmente intorno al secondo secolo dopo Cristo. Di lui, in realtà, non si sa quasi nulla di certo. Secondo la tradizione più antica sarebbe nato in un luogo mitico e celestiale chiamato Ilavritavarsha, addirittura fuori dai confini del mondo conosciuto.

Alcune leggende lo descrivono come l’incarnazione diretta di Adishesha, il mitico re dei naga, creature per metà umane e per metà serpenti, sulle cui spire il dio Vishnu riposerebbe durante le pause tra un ciclo cosmico e l’altro. Altre tradizioni, ancora più sorprendenti, lo identificano invece come un danzatore nato nello Sri Lanka, trasferitosi poi nel Tamil Nadu, dove sarebbe entrato a far parte di un gruppo di maestri mistici del sud dell’India.
E c’è persino chi collega la sua figura a una leggenda in cui il dio Vishnu, osservando Shiva danzare in estasi, comincia a battere le mani e schioccare le dita a tempo di musica, dando origine a una tradizione di yoga danzato quasi del tutto dimenticata dall’immaginario occidentale.

Un altro dettaglio che spiazza sempre chi si avvicina per la prima volta alla storia vera dello yoga riguarda proprio i celebri Yoga Sutra.
Si tratta di 196 aforismi brevissimi e criptici, tanto densi che già i lettori dell’epoca avevano bisogno di un commento esplicativo per comprenderli, come dimostra il fatto che il primo grande commentario, attribuito a un saggio di nome Vyasa, arriva appena qualche generazione dopo Patanjali stesso.
Questi testi sacri, per giunta, venivano scritti su fragilissime foglie di palma, un supporto tanto prezioso quanto vulnerabile, che si danneggiava, marciva o andava semplicemente perduto con estrema facilità, portandosi via per sempre pezzi interi di sapienza.

E c’è da sapere che una buona parte delle posizioni fisiche, le famose asana che oggi associamo istintivamente allo yoga più antico, in realtà non risalgono affatto a millenni fa. Molte delle sequenze che pratichiamo abitualmente in sala sono state codificate appena nel secolo scorso, frutto di un’evoluzione più recente che ha fuso l’antica filosofia meditativa con pratiche fisiche di sviluppo molto più moderne, in un connubio che oggi ci sembra inseparabile ma che nella storia millenaria dello yoga è in realtà un’unione piuttosto giovane.

Fu solo alla fine dell’Ottocento che questo immenso patrimonio cominciò a varcare i confini dell’India per raggiungere l’Occidente, grazie soprattutto alla Società Teosofica, che a partire dal 1885 pubblicò alcune tra le prime traduzioni in lingua inglese degli Yoga Sutra, animata dalla convinzione che l’India fosse la culla originaria di ogni spiritualità umana.
Pochi anni dopo, un monaco carismatico di nome Swami Vivekananda avrebbe portato lo yoga davanti a un pubblico occidentale attonito, con conferenze capaci di raccontarne per la prima volta la dimensione filosofica profonda, ben oltre il semplice esercizio fisico.

Conoscere questa storia, fatta di leggende contraddittorie, foglie di palma perdute e saggi la cui identità resta avvolta nel mistero, non cambia certo la sensazione di pace che si prova su un tappetino dopo un’ora di pratica.

Ma forse rende quel momento ancora più prezioso, perché ci ricorda che ogni respiro consapevole che facciamo oggi porta con sé l’eco di una ricerca umana iniziata migliaia di anni fa, in un tempo di cui, in fondo, sappiamo ancora sorprendentemente poco.

Autore: Reo Aromi

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