Cosa dicono davvero i tuoi capelli di te?

di Reo Aromi

Bionda uguale frivola, mora uguale sicura di sé, riccia uguale ribelle, liscia uguale ordinata e rigorosa. Sono associazioni che sentiamo ripetere da una vita, quasi fossero verità scientifiche assodate, eppure prima di crederci davvero vale la pena fare una domanda scomoda: esiste una prova reale, misurabile, che colleghi il tipo di capello che abbiamo sulla testa al carattere che portiamo dentro?

La risposta, dati alla mano, è più sorprendente di quanto si pensi, e merita di essere raccontata senza scorciatoie.

Partiamo dalla biologia, perché è lì che si nasconde il primo grande equivoco.
Che un capello venga fuori liscio, mosso, riccio o crespo dipende da fattori puramente genetici e strutturali. La quantità e la distribuzione della cheratina all’interno del fusto, un gene specifico chiamato trichohyalina che influenza la formazione dei ricci, e persino l’angolazione con cui il follicolo esce dal cuoio capelluto, che se perpendicolare produce capelli lisci mentre se inclinato dà origine a chiome più mosse o ricce.
Bene, nessuno di questi meccanismi ha la minima relazione con l’amigdala, la corteccia prefrontale o qualunque altra struttura cerebrale coinvolta nella formazione del carattere. In altre parole, è il DNA che decide se avremo i boccoli o la frangetta liscissima, ed è lo stesso che regola il colore degli occhi o il gruppo sanguigno.
In pratica un dato fisico, non psicologico.

E il colore?
Qui la scienza ha fatto un lavoro ancora più chirurgico nello smontare un mito duro a morire, quello della bionda sciocca e poco intelligente.
Il ricercatore Jay Zagorsky della Ohio State University ha analizzato un campione di oltre diecimila americani, mettendo a confronto il quoziente intellettivo medio di donne bionde, castane, rosse e con capelli neri. I risultati hanno mostrato differenze minime, praticamente irrilevanti dal punto di vista statistico, con le bionde naturali che anzi si posizionavano leggermente sopra la media rispetto a tutte le altre.

La spiegazione che lo stesso studio propone per l’origine di questo stereotipo non è biologica ma squisitamente socioculturale. In pratica è un pregiudizio che si è sedimentato nel tempo attraverso film, pubblicità e narrazioni popolari, non un dato di fatto scritto nei nostri geni.
Il colore dei capelli, insomma, non predice nulla sul funzionamento della nostra mente.

Se non è la genetica a creare il legame, allora da dove nasce la sensazione, condivisa praticamente da tutti, che il tipo di capello “dica qualcosa” di chi lo porta?

La risposta sta altrove, ed è davvero interessante.
Nasce dalla percezione degli altri, non dalla nostra natura interiore.

Alcuni studi condotti in contesti di selezione del personale hanno mostrato, ad esempio, che le donne con capelli ricci vengono spesso descritte durante i colloqui di lavoro come più sicure di sé, indipendenti e decise rispetto alla loro versione con capelli lisci, mentre altre ricerche pubblicate nell’ambito degli studi sull’aspetto fisico nei contesti lavorativi rivelano che le donne con chiome lisce ottengono valutazioni più alte in termini di attrattiva, salute e giovinezza percepita.

Il punto cruciale è che si tratta di percezioni, cioè di pregiudizi che gli osservatori proiettano sull’aspetto altrui, non di tratti di personalità realmente misurati in chi porta quei capelli.
È lo stesso meccanismo, del resto, che nei secoli ha trasformato i ricci in un simbolo. Nell’antichità segno di appartenenza alla nobiltà, tra i re dei Franchi considerato addirittura un elemento distintivo del potere regale. E in epoca più recente marchio di anticonformismo e indipendenza femminile.

Il capello, quindi, funziona più come una superficie su cui la cultura scrive significati mutevoli nel tempo, che come uno specchio fedele dell’anima di chi lo indossa.

C’è però un ultimo tassello, quello più intimo, che vale la pena raccontare.
Se è vero che il capello non determina il carattere, è altrettanto vero che il rapporto che ognuno di noi costruisce con la propria chioma può diventare un racconto identitario potentissimo, un terreno su cui si gioca la differenza tra il sé reale, cioè come siamo davvero, e il sé ideale, cioè come vorremmo essere agli occhi degli altri o di noi stessi.
Passare da capelli lisciati e disciplinati a una texture naturale, mossa o riccia, viene spesso descritto dagli psicologi della moda come il passaggio simbolico dalla volontà di controllo e ordine a quella, opposta, di libertà e autenticità.

Non è un caso se una nota canzone italiana, quella in cui Niccolò Fabi racconta con delicatezza il rapporto tra pensieri e la propria chioma, sia diventata negli anni una piccola colonna sonora dell’accettazione di sé, di quella pace che si fa quando smettiamo di combattere contro la texture che la natura ci ha regalato.

Forse la verità più bella su questo tema è quindi proprio questa: i capelli non raccontano chi siamo per natura, ma raccontano benissimo la storia di come abbiamo imparato, o stiamo ancora imparando, a fare pace con noi stessi.

Autore: Reo Aromi

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