Coyote Vs. Acme. Tratto da una storia vera.

di Mario Innocente

Da quando è uscito, Coyote vs. ACME colleziona consensi che raramente accompagnano un film per famiglie: 96% su Rotten Tomatoes, un 77 su Metacritic, la rarissima "A" al CinemaScore. Nelle sale americane, dopo il calvario produttivo che lo ha tenuto due anni chiuso in un cassetto, è stato accolto quasi come un caso di giustizia riparata.

Tra addetti ai lavori e critica è tornato spesso, quasi come un riflesso condizionato, il paragone con Chi ha incastrato Roger Rabbit?. La stessa ambizione di far convivere carne e disegno, la stessa idea che sotto la gag ci sia dell’altro. Anche in Italia il film è stato accolto con calore. Cineforum, in una recensione che coglie bene il doppio registro dell’operazione, parla apertamente di uno scontro in cui “possiamo scorgere quella [causa] contro le grandi aziende che gestiscono l’economia mondiale”, descrive il processo come un moderno “Davide e Golia” e sottolinea come il film porti avanti “una forte presa di posizione contro la sperimentazione [sugli animali]”, pur restando, per chi ha amato i classici Looney Tunes, “semplicemente una delizia”, frutto di un’operazione tecnica (non era impresa semplice) tutt’altro che scontata.

Sono letture giuste. Ma si fermano un passo prima del punto più scomodo del film, quello nascosto in un piccolo cartello che compare in apertura e che torna, con tono più cupo, prima dei titoli di coda: ispirato a una storia vera.
Non è una boutade. È la chiave di tutto.

La storia vera, infatti, esiste davvero, solo che non è quella che ci si aspetta. Coyote vs. ACME nasce da un pezzo satirico pubblicato dal New Yorker nel 1990, firmato dallo scrittore Ian Frazier, un vero e proprio atto di citazione in giudizio, scritto in perfetto legalese, in cui Willy il Coyote fa causa alla ACME Corporation per i decenni di prodotti difettosi che gli hanno rovinato la vita.
Frazier ha raccontato di aver avuto l’idea mentre, occupandosi dell’eredità dei genitori, passava le giornate tra documenti legali e cartoni animati alla tv. “Leggevo quelli e guardavo questi, ha dichiarato, e i due si sono fusi insieme nella mia testa”.
Il film prende quella fusione, realtà burocratica e mito disneyano, anzi warneriano, e la porta fino in fondo, facendone il proprio principio costitutivo. Il cartello “storia vera” non certifica un fatto di cronaca, ma bensì un metodo. Quello di trattare l’assurdo dei cartoon con il rigore ottuso e spietato del diritto societario, esattamente come faceva Frazier trent’anni fa.

Ed è qui che il film smette di essere un semplice omaggio nostalgico.
Al centro della trama c’è “Project Sisyphus”, il programma segreto con cui la ACME utilizza da anni i personaggi dei cartoni come cavie non consenzienti per collaudare, tra dolore, umiliazione e fallimenti spettacolari, i propri prodotti difettosi, prima di rifinirli e venderli su scala globale ai consumatori umani. E non si tratta di una metafora che il film lascia intuire, ma è letteralmente la trama.
I Looney Tunes diventano così la manodopera invisibile e sacrificabile su cui si regge la filiera. Corpi che “tanto si rialzano sempre”, proprio come il capitalismo estrattivo considera intercambiabili, oltre che inesauribili, le vite dei lavoratori più esposti, dalla gig economy alle filiere del Terzo Mondo.

La strategia difensiva della ACME in aula, del resto, non tenta nemmeno di negare l’evidenza tecnica. Buddy Crane, l’avvocato della corporation interpretato da John Cena, punta tutto sulla tesi che le lesioni di Willy siano “autoinflitte”. Colpa sua, della sua ossessione, della sua incompetenza.
È il colpo di genio politico del film. Per novant’anni la cultura popolare ci ha insegnato che il Coyote falliva perché era un incapace, un ossessivo, uno sfigato che si tirava la zappa sui piedi da solo, alimentando l’illusione, molto liberista, secondo cui chi precipita nel burrone se lo sia, in fondo, cercato.
Coyote vs. ACME ribalta questa responsabilità dal singolo al sistema. Il razzo non si è schiantato per imperizia del pilota, ma per un difetto di fabbrica programmato per risparmiare sui costi di produzione, e la retorica del “te la sei cercata”, quella espressa dall’avvocato Buddy Crane in tribunale, è la stessa retorica con cui, fuori dallo schermo, le aziende scaricano sull’utente ogni negligenza propria. Ma nella vita reale non fa ridere.

C’è poi un livello del film che parla direttamente agli appassionati di animazione.
L’avvocato protagonista, interpretato da Will Forte, si chiama Kevin Avery, e lo studio legale in cui lavora porta l’insegna “Avery, Jones & Maltese”, un sottile e dichiarato omaggio a Tex Avery, il regista-mito di Termite Terrace a cui si deve, insieme a Bob Clampett, la nascita di Daffy Duck nel primo cortometraggio in cui compare, Porky’s Duck Hunt (1937), e mentore diretto di Chuck Jones e Michael Maltese, i veri creatori di Wile E. Coyote e Beep Beep nel classico Fast and Furry-ous del 1949.

Persino il villain interpretato da John Cena non sfugge al gioco onomastico. Buddy Crane prende il nome da “Buddy”, uno dei personaggi Looney Tunes più dimenticabili della storia dello studio, un tappabuchi degli anni Trenta rimasto proverbiale proprio per la sua irrilevanza. Questi non sono dettagli da cinefili o appassionati di cartoon, fini a se stessi, ma la firma di autori che conoscono benissimo la genealogia che stanno maneggiando. Non a caso danno all’eroe i cognomi dei padri fondatori dei Looney Tunes, quasi a farne un loro erede legittimo, mentre al villain affibbiano il nome di un personaggio minore e ormai dimenticato, come a bollarlo fin dal principio come un fallimento.

Ma quello che rende il “tratto da una storia vera” quasi profetico, è accaduto fuori dal film.

Nel novembre 2023 la Warner Bros. Discovery decise di cancellare la distribuzione di un film praticamente già completato, effetti speciali finiti, doppiaggio finito, montaggio finito, per poterne scaricare il costo come perdita fiscale, senza nemmeno avvisare per tempo la troupe.

Ne seguì una mobilitazione senza precedenti, con hashtag come #ReleaseCoyoteVsAcme e la sortita del doppiatore Eric Bauza, che improvvisò un appello sul palco degli Annie Awards per chiedere pubblicamente la distribuzione del film.
Solo nel 2025, dopo mesi di trattative naufragate con Amazon, Apple, Netflix e Paramount, i diritti furono rilevati da una piccola distributrice indipendente, la Ketchup Entertainment.

In altre parole, una multinazionale stava seppellendo, per puro calcolo contabile, un film che racconta di una multinazionale che seppellisce le prove dei propri crimini.

Non a caso qualche critico americano notò che la vera storia dietro le quinte di questo film sarebbe potuta diventare essa stessa un documentario sui rischi di realizzare opere anti-monopolistiche dentro un sistema che vuole, letteralmente, dominare il mondo.
E se il magazine Time si è poi spinto a chiedersi, guardando ACME sullo schermo, se Chuck Jones e i suoi collaboratori non avessero “in qualche modo previsto, in maniera quasi allucinata, l’ascesa di Amazon”, il sospetto è che la finzione, qui, avesse semplicemente anticipato i tempi.

Alla fine, Coyote vs. ACME ci guarda negli occhi e ci ricorda che quella dicitura iniziale non era soltanto una gag. Quella “storia vera” non appartiene a un coyote disegnato a matita che vive nel deserto dell’Arizona, ma è la cronaca quotidiana di ognuno di noi, perennemente con i piedi nel vuoto ad aspettare che la gravità si accorga del nostro errore, mentre qualcuno dall’alto, con la scritta ACME stampata sulla cassa, ci vende l’ennesimo paracadute… che molto probabilmente, non funzionerà.

Autore: Mario Innocente