Il film comincia con una tartaruga.
Si muove lentissima tra le rocce del deserto, poi sparisce dietro un sasso, mentre in sottofondo un’armonica suona “Red River Valley”. Solo dopo scopriamo che a suonarla è lui, il protagonista, e che quella tartaruga è il primo ritratto che il film ci offre del suo personaggio, un uomo di novant’anni che attraversa il mondo con la stessa lentezza ostinata, senza fretta e senza chiedere permesso.
Prima di tutto c’è da fare una precisazione, perché il titolo trae in inganno quasi tutti.
Lucky, uscito nel 2017, non è un film di David Lynch, è l’esordio come regista di John Carroll Lynch, nessuna parentela, ma un volto familiare che molti ricordano in Fargo o in The Founder.
David Lynch, il regista di Twin Peaks e Mulholland Drive, nel film comunque c’è, ma davanti alla macchina da presa, in uno dei ruoli più teneri e surreali della sua carriera da attore.
Due Lynch, insomma, e un solo protagonista vero: Harry Dean Stanton.
Stanton era uno di quei volti che tutti hanno visto e ma che pochi sanno nominare. Una vita da caratterista, da Alien al famoso Paris, Texas, fino ai film dello stesso David Lynch, che lo aveva diretto più volte, da Cuore selvaggio a Una storia vera.
Lucky fu scritto apposta per lui da due amici, Logan Sparks, che per anni era stato il suo assistente, e l’attore Drago Sumonja. Presero le storie che Stanton raccontava della propria vita e le misero in bocca ad un personaggio inventato.
David Lynch, in un’intervista, l’ha riassunto così: è la storia di Harry Dean, ma si chiama Lucky. Stanton è morto il 15 settembre 2017, a novantuno anni, due settimane prima che il film uscisse nelle sale americane. Non ha fatto in tempo a vederlo in sala. Ma in un certo senso il film lo aveva già visto, perché ci aveva vissuto dentro.
La trama si racconta in poche righe, perché la trama quasi non c’è.
Lucky vive da solo in una minuscola cittadina del deserto americano. È un veterano della Seconda guerra mondiale, fuma un pacchetto di sigarette al giorno e si dichiara ateo convinto. La sua giornata è un rituale che non cambia mai. Qualche esercizio di yoga appena sveglio, la passeggiata fino alla tavola calda per il caffè e il cruciverba, i quiz in televisione, la sera un Bloody Mary al bar di Elaine.
Finché una mattina, senza un motivo apparente, cade. Il medico lo visita e non trova niente. Nessuna malattia, nessuna diagnosi. Solo una cosa: è vecchio.
E per la prima volta Lucky è costretto a guardare in faccia quello che lui chiama la realtà, e che noi chiameremmo la fine.
Intorno a lui si muove una piccola comunità di personaggi che sembrano usciti da una ballata. Il più indimenticabile è proprio Howard, interpretato da David Lynch. Un signore elegantissimo, completo color crema, cappello bianco e foulard rosso, disperato perché la sua tartaruga centenaria, che si chiama Presidente Roosevelt, è scappata di casa. Howard è così affezionato a quell’animale da voler lasciare a lei tutti i suoi beni, e guai a chiamarla “testuggine” o “tartaruga d’acqua” in sua presenza.
Sembra una scena comica, e lo è. Ma piano piano capiamo che anche Howard sta facendo i conti con qualcosa che se ne va e che non tornerà.
C’è poi una scena che vale da sola il film.
Lucky viene invitato alla festa di compleanno del figlio della signora del negozio dove compra ogni giorno latte e sigarette. È a disagio, è fuori posto, non conosce nessuno. Poi, all’improvviso, si mette a cantare in spagnolo, accompagnato dai mariachi, “Volver, volver”. E il vecchio burbero si trasforma davanti ai nostri occhi. Non è un caso, Stanton era anche un musicista, e per anni ha suonato e cantato nei locali di Los Angeles. In quella scena non stiamo guardando un attore che recita. Stiamo guardando un uomo che si concede un momento di gioia.
Quello che rende Lucky così prezioso, però, è il modo in cui parla della morte. Non c’è niente di sentimentale, nessuna redenzione improvvisa, nessuna conversione dell’ultimo minuto. Lucky resta ateo, resta brusco, resta fedele a se stesso fino in fondo. Ma a un certo punto ammette di avere paura. E quella confessione, detta da un uomo che per tutto il film ha fatto finta di non aver bisogno di nessuno, è uno dei momenti più veri che il cinema degli ultimi anni ci abbia regalato.
E poi c’è il finale, che non vi racconterò nei dettagli. Ma basti dire che, una sera al bar, qualcuno chiede a Lucky come si affronta il nulla che ci aspetta. La sua risposta è semplicissima, quasi disarmante: si sorride. Non per rassegnazione, non per ingenuità. Si sorride perché è l’unica risposta all’altezza della vita che abbiamo avuto.
Nell’ultima inquadratura Stanton guarda dritto nella macchina da presa, verso di noi, e sorride. Sapendo quello che sappiamo, è impossibile non sentire quel sorriso come un congedo personale, un attore che saluta il suo pubblico mentre si avvia fuori scena.
Oggi quel film si guarda con un’emozione in più, visto che a gennaio del 2025 se n’è andato anche David Lynch.
In un’intervista rilasciata all’uscita di Lucky, aveva spiegato che aveva accettato il ruolo soltanto per Harry Dean, e che la cosa che amava di più del suo amico era semplicemente stare seduti insieme, fumando una sigaretta, senza bisogno di dire niente. Riguardare oggi le loro scene al bancone, due vecchi amici che parlano di una tartaruga scappata e del senso della vita, è come assistere a un piccolo addio a due voci.
Lucky è fatto di appunti sparsi (ma non troppo). Un caffè, un cruciverba, una canzone, una tartaruga, una paura confessata a mezza voce.
Eppure, messi uno accanto all’altro, raccontano qualcosa di molto preciso. Che la bellezza di una vita non sta nei grandi eventi, ma nella fedeltà ai piccoli gesti. Che un volto scavato da novant’anni di sole e di sigarette può essere più bello di qualunque volto perfetto. E che la fortuna, quella del titolo, forse non consiste nel vivere a lungo, ma nel riuscire, alla fine, a sorridere.
Così, mentre Lucky si allontana lungo la strada, una tartaruga attraversa lentamente l’inquadratura. Forse è proprio Presidente Roosevelt, forse no. Non importa. Va per la sua strada, con calma, senza chiedere permesso. Come lui.
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Non serve sapere cosa ci aspetta alla fine. Basta decidere con quale faccia arrivarci.



