Yann Arthus-Bertrand quando cominciò a lavorare a HUMAN, non era un regista nel senso tradizionale del termine. Fotografo francese classe 1946, era diventato celebre negli anni Novanta per Earth from Above, il progetto che raccontava il pianeta dall’alto, e per Home, documentario del 2009 sull’impatto dell’uomo sulla Terra.
Con HUMAN, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2015, però, decide di rovesciare completamente la prospettiva. Dopo anni passati a guardare il mondo da migliaia di metri di altezza, sceglie di avvicinarsi il più possibile a un singolo volto umano, fino a riempirne l’intero schermo.
Il progetto, sostenuto dall’UNESCO, ha richiesto circa tre anni di lavoro e ha portato la troupe ad attraversare sessanta paesi diversi, raccogliendo oltre duemila interviste in una sessantina di lingue.
Le stesse identiche domande, una quarantina in tutto, sono state rivolte a ogni persona intervistata, senza distinzione di provenienza, religione, censo o storia personale.
Si sente libero?
Qual è stata la prova più difficile della sua vita?
Cosa significa per lei l’amore?
Domande semplici, quasi disarmanti nella loro immediatezza, capaci però di aprire crepe profondissime in ognuno degli intervistati.
La scelta visiva è ciò che rende HUMAN un oggetto così particolare nel panorama documentaristico.
Ogni persona viene ripresa da sola, su uno sfondo completamente nero, illuminata in modo essenziale, con lo sguardo fisso nell’obiettivo della telecamera per l’intera durata dell’intervista. L’intervistatore non appare mai, non si sente mai la sua voce. Resta un ascoltatore invisibile, quasi a suggerire che l’unico vero interlocutore, in quel momento, sia chi guarda il film dall’altra parte dello schermo.
Nessuna musica accompagna queste sequenze, nessun montaggio nervoso interrompe il flusso del racconto. Solo il volto, la voce, i silenzi, le lacrime quando arrivano, senza nulla che distragga da quello che sta accadendo su quel viso.



