Yann Arthus-Bertrand, la vulnerabilità dell’anima in HUMAN.

di Michael Abisi

Uno sfondo nero, un volto, uno sguardo dritto in camera. Niente altro. Eppure da questa scelta quasi ascetica è nato uno dei ritratti più intensi mai realizzati dell'umanità intera, raccontata attraverso duemila volti diversi e nessun filtro.

Yann Arthus-Bertrand quando cominciò a lavorare a HUMAN, non era un regista nel senso tradizionale del termine. Fotografo francese classe 1946, era diventato celebre negli anni Novanta per Earth from Above, il progetto che raccontava il pianeta dall’alto, e per Home, documentario del 2009 sull’impatto dell’uomo sulla Terra.
Con HUMAN, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2015, però, decide di rovesciare completamente la prospettiva. Dopo anni passati a guardare il mondo da migliaia di metri di altezza, sceglie di avvicinarsi il più possibile a un singolo volto umano, fino a riempirne l’intero schermo.

Il progetto, sostenuto dall’UNESCO, ha richiesto circa tre anni di lavoro e ha portato la troupe ad attraversare sessanta paesi diversi, raccogliendo oltre duemila interviste in una sessantina di lingue.
Le stesse identiche domande, una quarantina in tutto, sono state rivolte a ogni persona intervistata, senza distinzione di provenienza, religione, censo o storia personale.
Si sente libero?
Qual è stata la prova più difficile della sua vita?
Cosa significa per lei l’amore?
Domande semplici, quasi disarmanti nella loro immediatezza, capaci però di aprire crepe profondissime in ognuno degli intervistati.

La scelta visiva è ciò che rende HUMAN un oggetto così particolare nel panorama documentaristico.
Ogni persona viene ripresa da sola, su uno sfondo completamente nero, illuminata in modo essenziale, con lo sguardo fisso nell’obiettivo della telecamera per l’intera durata dell’intervista. L’intervistatore non appare mai, non si sente mai la sua voce. Resta un ascoltatore invisibile, quasi a suggerire che l’unico vero interlocutore, in quel momento, sia chi guarda il film dall’altra parte dello schermo.
Nessuna musica accompagna queste sequenze, nessun montaggio nervoso interrompe il flusso del racconto. Solo il volto, la voce, i silenzi, le lacrime quando arrivano, senza nulla che distragga da quello che sta accadendo su quel viso.

 

Una scelta radicale, quasi scomoda per gli standard del cinema contemporaneo, abituato a riempire ogni istante di stimoli.
Ma è proprio in questa sottrazione che si rivela il cuore del progetto.
Privati di ogni distrazione visiva o sonora, gli spettatori si trovano costretti a guardare davvero, con un’attenzione che raramente riserviamo al volto di uno sconosciuto. E quello che emerge, sequenza dopo sequenza, è qualcosa che nessuna posa studiata potrebbe mai restituire, la vulnerabilità autentica di chi sta raccontando, spesso per la prima volta ad alta voce, il momento più difficile della propria esistenza.

Le interviste vengono alternate, nel montaggio finale, a riprese aeree mozzafiato del pianeta, accompagnate dalla musica del compositore Armand Amar. Deserti, foreste, distese ghiacciate, città viste dall’alto, in un contrappunto continuo tra l’immensità della Terra e l’intimità irriducibile di un singolo sguardo umano.
È come se il film chiedesse costantemente allo spettatore di tenere insieme due scale completamente diverse. Da un lato quella cosmica del pianeta, dall’altro quella minuscola, ma non per questo meno immensa, di una singola vita raccontata in prima persona.

Il risultato è un’idea di bellezza che si allontana radicalmente da tutto ciò a cui siamo abituati.
Non ci sono lineamenti perfetti, luci studiate per valorizzare un profilo, pose calcolate per apparire al meglio. C’è soltanto la verità nuda di un’espressione che si contrae nel ricordo di un dolore, o si illumina raccontando un amore, indipendentemente da quanto quel volto corrisponda a un qualsiasi canone estetico convenzionale.
Arthus-Bertrand sembra suggerire, film dopo film, intervista dopo intervista, che la forma più alta di bellezza non ha nulla a che vedere con la simmetria o la giovinezza, ma con la capacità di un volto di lasciar trasparire, senza difese, ciò che si prova davvero.

Forse è questa la lezione più preziosa che HUMAN lascia a chi lo guarda fino in fondo: che il momento più bello di un viso non è mai quello in cui è più composto, ma quello in cui smette di controllarsi. E che duemila sconosciuti, ripresi allo stesso modo su uno sfondo identico, bastano a ricordarci quanto, sotto ogni differenza apparente, la vulnerabilità sia probabilmente l’unica lingua davvero universale che possediamo.

Autore: Michael Abisi