La comicità feroce di “Una banda di idioti”.

di Reo Aromi

Una banda di idioti (titolo originale A Confederacy of Dunces) di John Kennedy Toole, pubblicato postumo nel 1980 e vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 1981, è l'antidoto ideale a ogni forma di retorica sul miglioramento di sé.

Il protagonista è Ignatius J. Reilly, un trentenne eccentrico, pigro, obeso e picaresco che vive con la madre a New Orleans. Ignatius si sente un filosofo medievale prigioniero dell’epoca moderna, che disprezza apertamente per la mancanza di “geometria e teologia”. Costretto dalle circostanze a cercarsi un lavoro, semina il caos in qualunque ambiente si trovi, trasformando ogni tentativo di integrazione sociale in una farsa catastrofica.

L’aspetto straordinario del libro risiede nel suo messaggio controcorrente: non c’è alcun arco di redenzione, nessuna morale consolatoria.
Toole costruisce un gigantesco ingranaggio satirico in cui tutti i personaggi si affannano per raggiungere un posto nel mondo, senza accorgersi che è proprio quell’affanno a renderli irrimediabilmente ridicoli.
Una banda di idioti ci regala una risata pura e priva di senso di colpa, ricordandoci la straordinaria potenza della letteratura quando sceglie di rifiutare le regole e celebrare l’inattesa bellezza del caos.

“Rifiuto di guardarmi attorno. Il mondo moderno mi disgusta a tal punto che l’unica mia consolazione è ritirarmi nella mia stanza e redigere la mia monumentale opera contro il secolo.”

 

 

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Perché leggerlo?

È una doccia fredda contro la cultura del “dover essere”. In una situazione in cui ci viene continuamente chiesta una performare, di migliorare e di mostrare sempre la versione migliore di noi stessi, Una banda di idioti fa l’esatto opposto. Celebra il diritto di essere sgangherati, fuori posto e felicemente incompatibili con il contesto che ci circonda.

Autore: Reo Aromi