È la gentilezza del pensiero.
Siamo abituati a pensare alla gentilezza come a qualcosa che riguarda i gesti; una porta tenuta aperta, una parola detta al momento giusto, un sorriso a uno sconosciuto. Ma esiste anche una gentilezza che non si vede e che forse è la più rara. È quella del pensiero.
Riguarda il modo in cui accogliamo le idee degli altri, il modo in cui trattiamo le nostre certezze, lo spazio che lasciamo al dubbio.
Viviamo in un momento storico che ha poca pazienza per questa forma di bellezza. Chi esita sembra debole, chi cambia idea sembra incoerente, chi dice “non lo so” sembra impreparato, debole. Vince chi risponde più in fretta e con più sicurezza. Eppure, a guardare indietro, le menti più luminose della storia hanno sempre fatto il contrario.
Pensiamo a Dante, che di certezze ne aveva molte. Nel canto undicesimo dell’Inferno, mette in bocca a se stesso un verso che sembra scritto per noi: “ché, non men che saver, dubbiar m’aggrata“. Dubitare mi piace quanto sapere.
Non è una frase di comodo è piuttosto la confessione di chi ha capito che il dubbio non è il nemico della conoscenza, ma la sua porta principale d’ingresso.
Qualche secolo dopo, in una torre del suo castello nel Périgord, Michel de Montaigne, filosofo, scrittore e politico francese, fece incidere su una medaglia una bilancia in equilibrio e una domanda, “Que sais-je?“, che cosa so? Da quella domanda nacquero i Saggi, uno dei libri più liberi mai scritti, in cui un uomo colto e curioso si mette in discussione pagina dopo pagina, senza mai pretendere di avere l’ultima parola. Montaigne non cercava di convincere nessuno. Cercava di capire, e prima di tutto di capirsi.
Voltaire, che di battaglie intellettuali ne combatté parecchie, lo disse con la sua consueta ironia in una lettera a Federico di Prussia: “il dubbio non è uno stato molto piacevole, ma la certezza è uno stato ridicolo“.
E Immanuel Kant, filosofo tedesco, considerato uno dei più importanti del pensiero occidentale, alla fine del Settecento, scelse come motto dell’Illuminismo due parole latine prese da Orazio, sapere aude: abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza. Il coraggio, appunto. Perché pensare con la propria testa non è mai stato comodo.
Ma forse la formulazione più tenera di tutte è quella di Rainer Maria Rilke, considerato uno dei più importanti poeti di lingua tedesca del XX secolo. Nel 1903, rispondendo a un giovane aspirante poeta che lo tempestava di domande sulla vita, gli consigliò di avere pazienza verso tutto ciò che nel suo cuore era ancora irrisolto, e di provare ad amare le domande stesse, come stanze chiuse o libri scritti in una lingua straniera.
Amare le domande. Non affrettarsi a chiuderle con una risposta qualunque, ma lasciarle vivere, e viverci dentro; aspettare.
È qui che il pensiero critico smette di essere soltanto un esercizio della ragione e diventa una vera e propria forma di gentilezza. Chi dubita è più disposto ad ascoltare. Chi sa di poter sbagliare è più indulgente con gli errori altrui. Chi accetta che esistano altri punti di vista non ha bisogno di schiacciare chi la pensa diversamente. La certezza assoluta, al contrario, è quasi sempre sgarbata, perché non lascia spazio, non fa domande, non sa aspettare.
Pensarla in modo diverso, porsi un dubbio, fermarsi un attimo prima di rispondere, sono gesti piccoli, che non fanno rumore. Ma hanno la stessa grazia di una mano tesa. E come ogni forma di bellezza, migliorano chi li compie e chi li riceve.
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Dal prossimo 9 novembre, in occasione di 1 anno di vita di 7030 Beauty Factor, a scrivere il Redazionale sarà il nostro fondatore Mario Innocente.

