Questa storia la conoscono anche gli stupidi.
Nel 1995, a Pittsburgh negli States, un tale di nome McArthur Wheeler e il suo complice Clifton Earl Johnson rapinarono due banche in pieno giorno, a volto scoperto, sorridendo alle telecamere.
Quando la polizia gli mostrò i filmati, rimasero entrambi sinceramente increduli. Si erano spalmati del succo di limone sul viso, convinti che, così come rende invisibile l’inchiostro, avrebbe reso invisibile anche le loro facce. Wheeler Lo aveva perfino verificato qualche giorno prima fotografandosi con una Polaroid, in cui vide che non compariva. Probabilmente perché aveva sbagliato inquadratura.
La storia colpì due psicologi della Cornell University, David Dunning e Justin Kruger.
Il problema di Wheeler non era soltanto che non sapeva le cose, ma che non sapeva di non saperle. Nel 1999 pubblicarono uno studio destinato a diventare famosissimo, il cui titolo è già una diagnosi: “Incompetenti e inconsapevoli di esserlo” (titolo originale “Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments”, pubblicato nel numero di dicembre 1999 del Journal of Personality and Social Psychology).
Agli studenti venivano proposti test di logica, di grammatica e perfino di senso dell’umorismo, e alla fine dovevano stimare come se l’erano cavata rispetto agli altri. Chi si era piazzato in media attorno al dodicesimo percentile, quindi peggio di quasi nove persone su dieci, era convinto di stare attorno al sessantaduesimo, sopra la media.
Dunning e Kruger la chiamarono una “doppia condanna”. Le competenze che servono per fare bene una cosa sono le stesse che servono per accorgersi di farla male.
C’è però un dettaglio che quasi nessuno racconta. Dopo una breve lezione di logica, gli studenti peggiori non solo migliorarono, ma diventarono anche più capaci di valutarsi, e si resero conto di quanto avevano sbagliato prima. L’incompetenza si può quindi curare e insieme al sapere arriva la consapevolezza di ciò che non si sapeva.
Negli ultimi anni alcuni statistici misero in discussione la portata dell’effetto, e il dibattito è tutt’ora aperto. Ma Dunning ha sempre insistito su un punto: nessuno ne è immune. Ognuno di noi ha le sue zone di incompetenza, e lì dentro siamo tutti McArthur Wheeler.
L’incompetenza però non è ancora la stupidità. L’incompetente non sa, e può imparare. Lo stupido è un’altra cosa, e lo aveva capito lo storico dell’economia Carlo Maria Cipolla, che nel 1976 scrisse per gioco un piccolo classico: Le leggi fondamentali della stupidità umana. (vedi anche articolo nella rubrica Between Covers).
Cipolla divise le persone in base agli effetti delle loro azioni. Gli intelligenti fanno il bene proprio e altrui, gli sprovveduti avvantaggiano gli altri a proprie spese, i banditi si avvantaggiano a spese degli altri. E gli stupidi danneggiano gli altri senza ricavarne alcun vantaggio, spesso danneggiando anche loro stessi.
Il bandito, almeno, segue una logica e lo si può prevedere. Lo stupido no, ed è per questo il tipo di persona più pericoloso. La prima legge di Cipolla è forse la più inquietante: sottovalutiamo sempre il numero degli stupidi in circolazione.
Pochi decenni prima, in circostanze molto meno ironiche, ci era arrivato anche il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, che sarebbe stato giustiziato per la sua opposizione al nazismo. Nel 1942, chiedendosi come un intero popolo avesse potuto seguire Hitler, scrisse: “Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità“.
Contro il male si può protestare e combattere. Contro la stupidità non abbiamo difese. Le ragioni non vengono ascoltate, i fatti scomodi non vengono creduti, e quando sono innegabili vengono liquidati come dettagli. Per Bonhoeffer la stupidità non era quindi un mero difetto dell’intelligenza, ma una, più preoccupante, rinuncia a pensare con la propria testa. Parlando con uno stupido, osservava, si ha la sensazione di avere davanti non una persona, ma le frasi fatte che si sono impossessate di quella persona.
Ecco perché la stupidità è così difficile da riconoscere.
Secondo Cipolla non dipende da nessun’altra caratteristica: esistono professori universitari stupidi e bidelli saggissimi. La stupidità sa vestirsi bene, sa usare le parole giuste, a volte è perfino brillante a cena. Si rivela solo quando la si mette alla prova. Serve una prova del nove.
La prima prova è chiedere “come lo sai?”.
Una persona intelligente ci pensa, cita una fonte o ammette di non esserne sicura. La persona stupida si irrita. Bonhoeffer lo aveva notato. Lo stupido è completamente soddisfatto di sé, e quando viene contraddetto passa all’attacco.
La seconda prova è quella del fatto contrario.
Portate, con garbo, un dato che contraddice ciò che la persona sostiene. Chi ragiona almeno esita. Lo stupido lo scavalca senza guardarlo: è un’eccezione, è un caso, è una fonte di parte. Quando nessun fatto potrebbe fargli cambiare idea, non siete davanti a un’opinione, ma a un muro.
La terza prova è quella del “non lo so”.
Ricordate l’ultima volta che quella persona ha pronunciato queste parole, o ha ammesso di aver sbagliato? Chi impara davvero diventa più consapevole dei propri limiti. Chi non dice mai “non lo so” non è un genio, ha solo smesso di imparare.
La quarta prova è quella delle parole proprie.
Chiedete di spiegarvi un’idea senza formule né slogan del momento o citazioni. Se tolte le parole d’ordine non resta un pensiero, la stupidità è venuta allo scoperto.
La quinta prova, la più importante, è quella del bilancio, perché non guarda a ciò che una persona dice ma a ciò che fa.
Osservate gli effetti delle sue azioni nel tempo. Chi lavora o vive con quella persona ne esce arricchito o impoverito? E quella persona, ci guadagna qualcosa? Se il “danno” è per tutti, compresa la persona stessa, siete davanti alla forma più pura e chiara di stupidità.
La sesta prova è quella del gruppo.
Molte persone, prese da sole, sono più ragionevoli di quanto appaiano in compagnia. Immagino siate d’accordo. Se a quattr’occhi qualcuno ragiona e nella sua chat o nella sua tifoseria smette di farlo, sapete in quali momenti tenervi a debita distanza.
L’ultima prova, la più scomoda, ma che andrebbe fatta prima di tutte: su noi stessi.
Chi è dentro la propria zona di incompetenza è l’ultimo ad accorgersene. Se tutte queste prove vi sembrano facilissime da superare, forse è il caso di ripeterle. Non si sa mai.
Come ci si difende, allora dalla stupidità, fatta persona?
Bonhoeffer concluse che non bisogna mai più provare a convincere uno stupido con le ragioni, perché è inutile e pericoloso. La difesa più efficace è la distanza. Non affidargli nulla che ci stia a cuore, non dargli potere su di noi, non perdere tempo a cercare di cambiarlo. E imparare invece a custodire le persone capaci di dire “non lo so”, “mi sono sbagliato”, “spiegami meglio”. Sono più rare di quanto pensiamo, e valgono davvero moltissimo.
Così, per concludere.
Agli stupidi e alle stupide che ho incontrato nella mia vita. A quelli che mi hanno spiegato con sicurezza cose che non sapevano, a quelli che hanno rovinato un progetto senza guadagnarci nulla, a quelli che non hanno mai detto “non lo so”.
A tutti loro, le parole che Friedrich Schiller, nel 1801, mise in bocca al generale Talbot nella Pulzella d’Orléans, un uomo coraggioso sconfitto non dal nemico, ma dalla stupidità di chi combatteva al suo fianco.
“Contro la stupidità, persino gli dèi lottano invano.”



