La scienza dimenticata del tatto come primo atto di rinascita personale.

di Mario Innocente

C'è un gesto che facciamo centinaia di volte al giorno senza rendercene conto. Ci sfioriamo il viso quando siamo in difficoltà, ci stringiamo le mani in grembo quando siamo nervosi, ci accarezziamo un braccio quando abbiamo bisogno di raccoglierci. La scienza ha un nome per questo: self-touch, autocontatto.

Quello che la ricerca sta scoprendo su questo gesto apparentemente banale è qualcosa che dovrebbe farci fermare e pensare, perché ribalta molte delle nostre certezze su cosa significhi davvero prendersi cura di sé.

Partiamo da un dato che mette i brividi per la sua semplicità: un essere umano adulto si tocca in media fino a ottocento volte al giorno. Ottocento, capito? E la maggior parte delle volte lo fa, ovviamente, senza nemmeno accorgersene. Un dito che scorre lungo il mento, una mano che si posa sulla nuca, le dita che si intrecciano. Per decenni la psicologia ha considerato questi gesti poco più che tic nervosi. Poi qualcuno ha cominciato a guardarli con più attenzione, e si è aperto un mondo.

Il primo a capire quanto il tatto fosse fondamentale non per il piacere ma per la sopravvivenza psicologica fu Harry Harlow, uno psicologo americano che negli anni Cinquanta condusse uno degli esperimenti più dirompenti della storia della psicologia.
Harlow separò alla nascita dei cuccioli di macaco rhesus dalle loro madri e mise in ogni gabbia due surrogati: uno di fil di ferro che forniva il latte, l’altro di morbido peluche che non dava alcun nutrimento. Secondo la teoria dominante dell’epoca, i cuccioli avrebbero dovuto attaccarsi alla madre di ferro. Invece passavano tra sedici e diciotto ore al giorno aggrappati alla madre di stoffa, correndo da quella di ferro solo per mangiare e tornando subito al caldo del tessuto.

Il legame madre-figlio si sviluppa principalmente attraverso il contatto fisico e la vicinanza corporea, non attraverso il nutrimento. Questa fu la conclusione rivoluzionaria di Harlow, che demolì in un colpo solo decenni di teorie che riducevano l’amore a una questione di sopravvivenza biologica. Il tatto non era un lusso. Ma bensì era la struttura portante dell’identità.

Ora proviamo a spostare il focus dall’infanzia all’adulto.

Uno studio tedesco pubblicato nel 2021 sulla rivista Comprehensive Psychoneuroendocrinology volle capire cosa accade fisiologicamente quando ci auto-consoliamo con il tatto. Non quando qualcun altro ci abbraccia, ma quando siamo noi a toccarci.
Il risultato, anche qui sorprendente, fu che l’auto-tocco consolatorio attiva un senso di sicurezza indotto da sé stessi, di intenzionalità e di mindfulness, producendo effetti misurabili sui livelli di cortisolo. In altre parole, posarsi una mano sul petto, stringersi un braccio, accarezzarsi la nuca (gesti che se notate, compiamo istintivamente sotto tensione) non sono segnali di debolezza. Sono meccanismi di regolazione emotiva precisi, efficienti, letteralmente alla portata di mano.

Il meccanismo biochimico che sta sotto è affascinante. Il tatto non nocivo, nel contesto giusto, abbassa i marcatori fisiologici dello stress come frequenza cardiaca, pressione sanguigna e cortisolo, e aumenta i livelli di ossitocina, serotonina e dopamina associati al benessere. L’ossitocina in particolare non viene rilasciata solo quando veniamo toccati da qualcun altro, ma viene rilasciata anche quando ci tocchiamo noi stessi, se il gesto è percepito come gentile e intenzionale.
Il corpo non distingue sempre la fonte del conforto, ma si concentra sulla qualità del tocco.

Esiste poi una categoria di recettori cutanei che sembrano fatti apposta per questo i CT afferents.
Sono terminazioni nervose che si attivano specificamente in risposta a un tocco lento, morbido, accarezzante, diciamo ad una velocità tra due e dieci centimetri al secondo, che corrisponde esattamente alla velocità naturale con cui un essere umano accarezza un altro essere umano con gentilezza.
Questi recettori mandano il segnale direttamente all’insula, una regione cerebrale coinvolta nell’interocezione (ovvero la capacità del nostro cervello di percepire, interpretare e integrare i segnali provenienti dall’interno del corpo) e nelle emozioni sociali.

 

È come se la pelle avesse un canale preferenziale per il benessere, e la chiave per aprirlo fosse semplicemente la gentilezza del gesto.

 

E qui si innesta un tema che la crescita personale ha spesso ignorato: il rapporto tra tatto e identità.
Ricercatori dell’Università di Linköping, in Svezia, hanno dimostrato attraverso la risonanza magnetica funzionale che il self-touch gioca un ruolo importante nel mantenimento di una rappresentazione coerente del sé corporeo. Che tradotto sarebbe come dire che toccarsi aiuta a sapere chi si è. Non in senso metaforico, ma neurologico.

Il confine tra sé e il mondo esterno, quella membrana sottile che chiamiamo identità, si costruisce e si ricostruisce anche attraverso il tatto. È per questo che nei momenti di grande disorientamento, un lutto, una rottura, un cambiamento radicale di vita, il corpo cerca istintivamente contatto. Non è regressione. È ricerca di sé.

Tutto questo solleva una domanda scomoda.
In questi tempi in cui le interazioni umane si sono progressivamente dematerializzate, lavorando da remoto, comunicando per testo, stiamo forse accumulando un debito di tatto?
La ricerca sul touch deprivation suggerisce di sì. La carenza di contatto fisico significativo è associata a maggiori livelli di ansia, a una percezione più fragile di sé, a difficoltà nella regolazione delle emozioni. Il sistema nervoso è fatto per ricevere input tattili, e quando non li riceve si destabilizza in modi che la mente spesso non riesce ad attribuire alla causa giusta.

La rinascita personale raramente comincia solo da una rivelazione. A volte comincia da qualcosa di molto più fisico e semplice. Da un contatto. Da una mano posata sulla spalla. Da un abbraccio tenuto un secondo più a lungo del solito. O persino da un gesto che ci facciamo da soli. Una mano sul cuore o una carezza sul braccio, quando abbiamo bisogno di ricordarci che siamo ancora qui, che il corpo è dalla nostra parte, che la gentilezza verso sé stessi non è un concetto astratto ma qualcosa che si può letteralmente sentire sulla pelle.

Il tatto è il senso che abbiamo imparato per primo, ancora prima di nascere. È l’ultimo che perdiamo. Ed è quello che abbiamo imparato a usare meno consapevolmente. Forse è tempo di ricominciare da lì, non tanto come gesto simbolico, ma come atto neurologicamente preciso di cura verso sé stessi.
La scienza vi dice che funziona.

Autore: Mario Innocente

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