La quiete che esplode. Un viaggio dentro i mondi di carta di Claudia Wang.

di Michael Abisi

Tieni in mano qualcosa di piatto, di silenzioso, di apparentemente innocuo. Poi lo apri e ti ritrovi dentro un reef corallino, con cavallucci marini che si alzano verso di te, stelle marine che pulsano, coralli che si intrecciano in architetture impossibili. È il momento in cui capisci che Claudia Wang non fa libri pop-up. Claudia Wang costruisce mondi che aspettano pazienti di essere liberati.

Wang Jiemin, questo il suo nome completo, è nata a Chongqing, cresciuta a Guangzhou, e ha portato il suo sguardo fino a Firenze, dove oggi lavora come paper engineer.
Suo padre è un gigante del settore: vincitore del premio Meggendorfer, il riconoscimento più alto che esista in questo universo fatto di carta e precisione millimetrica.

Ma Claudia non è arrivata alla carta attraverso di lui, almeno non direttamente.
Da bambina voleva dipingere. Poi vide una mostra di scultura e qualcosa si spostò dentro. La terza dimensione l’ha chiamata, e lei ha risposto venendo in Italia a studiare Scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze.
Si laurea durante la quarantena, in un momento sospeso che per molti è stato disorientamento puro. Per Claudia diventa invece il momento in cui capisce di essere a casa.
Firenze, “fuori dal tempo”, come le disse un suo professore, forse con un pizzico di malinconia, è la città che l’ha plasmata e che lei ha scelto di tenere, con consapevolezza e senza rimpianti.

La svolta arriva quando Dior cerca suo padre per una commessa. Lui è in Cina, lei è qui.
Il progetto passa nelle sue mani e da lì non torna più indietro. Perché quello che emerge da quella collaborazione non è semplicemente un lavoro ben fatto, è invece la prova che Claudia ha una voce propria, uno stile che non deve niente all’ombra di nessuno, nemmeno di un padre straordinario.

Il risultato per Dior parla da solo, un’opera che dall’esterno è quasi discreta, quasi quieta, e che aprendosi diventa un’esplosione controllata di forme, colori e incastri che sembrano sfidare le leggi fisiche della carta.

È proprio questo il cuore del suo lavoro, la tensione tra la superficie e quello che cela.

Un foglio piatto che nasconde dentro di sé un universo intero, pronto a scattare in avanti nel momento in cui qualcuno ha il coraggio di aprirlo. C’è qualcosa di profondamente metaforico in tutto questo e Claudia lo sa.
La materia, per lei, non è mai solo materia. È contatto, è prova tangibile dell’esistenza, è l’ancora che tiene fermo il senso delle cose quando tutto intorno corre troppo.

Quando le sue mani iniziano a lavorare, il mondo esterno smette di avere voce in capitolo. Anche ricominciare da capo non è una sconfitta, è parte di un processo che lei abita con una calma quasi meditativa, perché è lì, in quel gesto ripetuto e preciso, che si sente più reale.

Tra due culture, due linguaggi visivi, due eredità, Claudia Wang ha scelto di costruire qualcosa che non assomiglia a nient’altro. Un lavoro che comincia come un foglio e finisce come una rivelazione.

C’è la Cina dentro ogni piega, fatta di precisione, pazienza e una certa idea di armonia che non ha bisogno di spiegarsi. E c’è Firenze, con il suo peso di bellezza sedimentata, la sua ossessione per la forma, quel senso antico che l’arte non è ornamento ma necessità.
Claudia non ha dovuto scegliere tra i due mondi, li ha piegati insieme, come fa con la carta, fino a farli coincidere in qualcosa di nuovo.

Il suo lavoro non ha bisogno di urlare. Aspetta, chiuso, composto, quasi neutro, che qualcuno abbia la curiosità di aprirlo. Ed è lì che succede tutto. Un’esplosione silenziosa, l’architettura impossibile che prende forma davanti agli occhi, la sensazione strana e bellissima di aver scatenato qualcosa che esisteva già, però se ne stava nascosto, in attesa. Come un’emozione che non trovava ancora le parole.

Forse è questo il segreto più bello del paper engineering di Claudia Wang: non crea mondi dal nulla. Libera qualcosa che è dentro.

Autore: Michael Abisi

Immagini © Courtesy of Claudia (Jiemin) Wang