Nata a Parigi nel 1930 da genitori venezuelani ricchi e nomadi, Marisol Escobar trascorse l’infanzia spostandosi tra Caracas, New York ed Europa come se il mondo fosse un grande appartamento con troppe stanze. Poi, a undici anni, sua madre si suicidò, e Marisol prese una decisione radicale: non avrebbe più parlato.
«Non ho parlato per anni, tranne per lo stretto necessario a scuola e per strada. Ero già quasi trentenne quando ho ricominciato e il silenzio era diventato un’abitudine tale che non avevo davvero niente da dire a nessuno», raccontò molti anni dopo, con quella concisione che aveva affinato nel tempo come fosse uno strumento artistico.
Il silenzio, per lei, non era mai stata assenza. Era un vero e proprio linguaggio.
E il linguaggio che scelse per parlare al mondo fu la scultura.
Non tanto la scultura elegante, accademica, da piedistallo. Sperimentando Pop Art, Dadaismo, arte folk e Surrealismo, Marisol costruì pezzi che facevano ridere delle mode del momento, della politica, della cultura televisiva e persino degli altri artisti.
Le sue creature erano assemblaggi di blocchi di legno grezzo, calchi in gesso delle sue stesse mani e del suo viso, che usava come timbro su ogni opera, un po’ firma e un po’ ossessione. Fotografie, vestiti veri, disegni, pittura. Figure totemiche, a grandezza naturale, che guardavano lo spettatore con quella faccia inespressiva che sembrava dire: ti sto giudicando e non ne vale la pena.
Era l’ironia fatta materia solida.






