La pasta non è solo il pilastro della nostra (e non solo) tavola, è un’opera d’ingegneria del piacere, una geometria commestibile che ha il potere magico di raddrizzare una giornata storta e di trasformare un semplice pasto in un rito di arricchimento interiore. Amarla non è solo una questione di palato, ma un atto di devozione verso una bellezza che parte dal chicco di grano per arrivare dritta allo spirito.
Sebbene la leggenda di Marco Polo che porta gli spaghetti dalla Cina sia affascinante, la realtà è ancora più intrisa di cultura e ingegno. Già nel XII secolo, in Sicilia, si produceva una pasta secca a forma di fili chiamata itriyya, termine di origine araba. Sembra che la pasta sia nata come un cibo “da viaggio”, era la tecnologia più avanzata del tempo per conservare l’energia del sole e del grano in uno spazio ridottissimo.
Ma la curiosità più divertente risiede nel modo in cui veniva consumata a Napoli fino all’Ottocento. I celebri “mangiamaccaroni“ la mangiavano rigorosamente con le mani, sollevando i fili verso l’alto con un gesto teatrale e sinuoso che oggi definiremmo una vera performance artistica.
La forchetta a quattro rebbi che usiamo oggi, è stata perfezionata proprio per mangiare la pasta. Prima aveva solo due o tre rebbi, ma il nobile Gennaro Spadaccini, cerimoniere di corte dei Borbone, decise che serviva uno strumento più “aggraziato” per arrotolare gli spaghetti senza perdere l’eleganza.



