Quando essere coerenti diventa, letteralmente, un atto di bellezza.

di Mario Innocente

Vi siete mai chiesti perché certe persone, senza fare nulla di eclatante, trasmettono una sicurezza quasi magnetica? Il segreto, spesso, non ha nulla a che vedere con l'aspetto fisico. Ha a che fare con quanto siano allineate a sé stesse.

I greci antichi avevano coniato una parola bellissima per descrivere questo fenomeno, molto prima che qualcuno inventasse gli aggettivi da caption sui social: kalokagathìa, crasi di kalòs e agathòs, letteralmente bello e buono.
Per loro non si trattava di due qualità separate da mettere in classifica, ma di un’unica identità. Chi agiva secondo virtù, coraggio e giustizia era automaticamente considerato anche esteticamente armonioso, e viceversa.
Non stiamo parlando di un’equazione ingenua tra aspetto fisico e moralità, come si potrebbe pensare oggi con un po’ di sospetto, stiamo parlando invece di qualcosa di più sottile, quella sensazione che proviamo istintivamente davanti a chi vive in coerenza con i propri principi, senza sbavature tra ciò che pensa, ciò che dice e ciò che fa.

Ed è proprio questo il punto che vale la pena recuperare oggi, in un’epoca in cui l’estetica personale viene spesso trattata come qualcosa di totalmente slegato dai valori, come un pacchetto di immagine costruito a parte, quasi indipendente da chi siamo davvero.
Eppure basta osservare con attenzione per accorgersi che la vera presenza scenica, quella che non si costruisce davanti allo specchio, nasce quasi sempre da un allineamento interiore. Quando quello che sentiamo, quello che diciamo e quello che facciamo procedono nella stessa direzione, il corpo lo comunica in modo quasi involontario.
Lo sguardo si fa più diretto, i gesti perdono quella rigidità nervosa tipica di chi sta recitando una parte, la voce trova un tono più stabile.

Al contrario, l’incoerenza produce un attrito che, prima o poi, diventa visibile agli occhi degli altri, per quanto ci sforziamo di mascherarlo con un abito ben scelto, un sorriso di circostanza, o un aspetto curato e profumato.
Chi agisce contro i propri valori porta con sé una sorta di rumore di fondo, una tensione trattenuta che toglie fluidità ai movimenti e limpidezza allo sguardo. Questo fruscio si percepisce e non è un caso che si dica spesso di qualcuno che “non è a suo agio nella propria pelle”, un’espressione che coglie perfettamente questo scollamento tra etica personale e presenza estetica, tra quello che si è e quello che si mostra di essere.

La kalokagathìa dei greci, va detto, non era affatto un concetto riservato all’élite intellettuale o filosofica, era altresì un ideale educativo condiviso, che veniva coltivato fin da giovanissimi nei ginnasi, dove il corpo veniva allenato parallelamente al carattere, quasi fossero due facce della stessa medaglia.
Il concetto, tradotto ai giorni nostri, potrebbe suonare più o meno così:
prendersi cura di sé, esteticamente parlando, ha senso solo se è specchio di una cura altrettanto autentica per i propri valori, altrimenti resta un guscio vuoto, per quanto ben confezionato.

E c’è, in fondo, qualcosa di profondamente liberatorio in questa idea antica. Significa che non serve inseguire un ideale di bellezza esterno e sempre mutevole per risultare affascinanti agli occhi degli altri, ma basta, molto più semplicemente, smettere di essere in guerra con se stessi. L’armonia che cerchiamo fuori, nei vestiti, negli ambienti, nelle immagini che scegliamo di mostrare, è quasi sempre un riflesso di quella che riusciamo, o non riusciamo, a costruire dentro.

La vera bellezza, quella che resiste al tempo e alle mode, non è mai stata una questione di proporzioni perfette, ma di coerenza sistemica tra pensiero, parola e azione.
Un equilibrio che i greci avevano già intuito duemilacinquecento anni fa, e che oggi vale la pena riscoprire ogni volta che ci guardiamo allo specchio, chiedendoci non se siamo belli abbastanza, ma se siamo davvero, fino in fondo, coerenti con noi stessi.

Autore: Mario Innocente