Non è un caso isolato, non è una debolezza personale, è probabilmente una delle esperienze più condivise dell’intera specie umana.
In uno studio condotto tra studenti universitari dall’antropologa Helen Fisher, alla domanda se fossero mai stati rifiutati da qualcuno che amavano davvero, quasi il novantacinque per cento tra uomini e donne ha risposto di sì. Sembra che quasi nessuno esca indenne dall’amore. Eppure ogni volta che accade a noi, il dolore arriva con la stessa violenza sorprendente, come se non l’avessimo mai visto arrivare, come se fossimo completamente impreparati. Come se fosse sempre la prima volta.
Ed è proprio qui che la scienza ci offre una prospettiva capace di spiazzarci e, in qualche modo, anche di consolarci.
La Fisher, insieme alla neuroscienziata Lucy Brown, hanno sottoposto a risonanza magnetica persone appena lasciate dal proprio partner, scoprendo che il loro cervello si accende in aree molto precise: il nucleo accumbens, il pallido ventrale, la corteccia prefrontale e l’insula, regioni coinvolte nel sistema di ricompensa dopaminergica, nell’elaborazione del dolore fisico e nel calcolo dei guadagni e delle perdite.
La cosa che ha davvero sorpreso i ricercatori è che queste stesse identiche zone del cervello si attivano nelle persone in astinenza da cocaina o da altre sostanze che creano dipendenza. In altre parole, quando soffriamo per amore il nostro cervello non sta semplicemente elaborando una tristezza qualunque, ma sta attraversando un vero e proprio processo di astinenza, con tutta la sofferenza fisica e psicologica che questo comporta.
Non è quindi una metafora poetica dire che l’amore fa male come una droga che ci viene tolta all’improvviso. Ed è, in un certo senso, esattamente quello che accade dentro di noi.
Ma perché il nostro cervello è costruito in questo modo, così vulnerabile, così pronto a soffrire per la perdita di un legame?
La risposta arriva dalla teoria dell’attaccamento, formulata dallo psichiatra John Bowlby già a metà del secolo scorso, secondo cui il bisogno di creare legami stretti e duraturi con figure significative è un sistema biologico antichissimo, sviluppato dall’evoluzione per garantire protezione, sopravvivenza e continuità della specie. Così, quando quel legame si spezza, il cervello reagisce come se fosse in pericolo reale, attivando gli stessi meccanismi di allarme che userebbe di fronte a una minaccia fisica.
Ecco perché il dolore d’amore non è mai “solo nella testa” ma bensì è radicato in circuiti antichissimi, condivisi persino con altri mammiferi capaci di legami monogami, e proprio per questo è così difficile da razionalizzare a comando, per quanto ci sforziamo di dirci che “dovremmo semplicemente andare avanti”.
E qui la domanda più scomoda, quella che raramente ci concediamo il tempo di porci davvero mentre siamo nel pieno della sofferenza: quello che proviamo è davvero dolore per la persona che abbiamo perso, oppure è qualcos’altro, camuffato sotto le sue spoglie?
Diciamo che spesso, dietro la sofferenza per un amore finito, non piangiamo solo l’assenza dell’altro, ma tutto ciò che quella persona aveva finito per rappresentare dentro la nostra mente. La paura di non essere abbastanza, il timore dell’abbandono che magari portiamo con noi fin dall’infanzia, l’illusione di aver finalmente trovato qualcuno o qualcuna capace di colmare vuoti che in realtà ci appartengono da molto prima di conoscerlo o conoscerla. Cose che fanno parte di noi, non dell’altra persona, in cui spesso sono riflesse.
Questo non significa che quell’amore non fosse reale, significa piuttosto che l’amore, quello vero, è quasi sempre un intreccio complesso tra la persona che abbiamo davanti e tutto ciò che noi stessi proiettiamo su di lui o lei, i nostri desideri, le nostre mancanze, le nostre paure più profonde.
Riconoscere questa parte non rende il dolore meno legittimo, anzi, spesso è proprio il primo passo per affrontarlo con più consapevolezza, invece di restare intrappolati nella domanda sbagliata, che solitamente è: cosa avremmo dovuto fare diversamente per trattenere l’altro o l’altra.
Però, come sempre in questo magazine, c’è una buona notizia, quella che la scienza ci restituisce con un certo conforto, ovvero che il cervello innamorato, per quanto possa sembrare devastato, è anche straordinariamente capace di guarire. Gli stessi circuiti che ci hanno fatto soffrire tanto sono in grado, col tempo, di riorganizzarsi, di aprirsi di nuovo, di tornare a credere che valga la pena rischiare ancora.
.
Nota dell’autore.
Per la prima volta ho affrontato un tema così delicato nelle pagine di 7030 Beauty Factor. Ho ritenuto però importante trovare il modo di rintracciare una sorta di bellezza anche in questi momenti dolorosi, legati all’amore, alla perdita o al distacco da una persona amata. L’ho fatto soprattutto con l’intenzione di riportare l’attenzione su noi stessi. Non si tratta di egoismo, ma di comprendere quanto l’essere centrati, e il risolvere qualche nostro problema interiore che spesso conosciamo ma che non vogliamo affrontare, possa infine darci la forza per stare bene, e in equilibrio, con gli altri.



