Nella bottega di Patrizia Fabri: tra vapore, legno e meraviglia.

di Reo Aromi

A Roma, e da qualche anno anche a Milano, c’è chi insegue le tendenze e chi le scolpisce, una falda alla volta. Patrizia Fabri ha trasformato una passione in un mestiere rarissimo: dare forma alla personalità, prima ancora che allo stile.

La scintilla scatta presto. A 17 anni entra in una bottega solo per cercare un cappello per sé; arrivata a casa lo personalizza e finisce per venderlo, ottenendo con una naturalezza disarmante un primo ordine da 24 pezzi. Da quel gioco al mestiere, il passo è stato brevissimo.

Dopo la maturità artistica e studi di architettura, nel 1991 lancia il suo marchio di accessori e cappelli, presentando la prima collezione a Première Classe Tuileries. Poi, il colpo di scena: nel 2003 rileva lo storico laboratorio nato nel 1936 e lo ribattezza Antica Manifattura Cappelli, salvando un patrimonio d’artigianato che rischiava di scomparire.

Nel laboratorio di Via degli Scipioni a Roma, la magia si fa concreta: il feltro si modella sotto il vapore, le mani guidano la materia e il tempo rallenta con un ritmo che oggi è un vero lusso. Qui è custodito un tesoro di oltre 2000 forme di legno antiche: non semplici attrezzi, ma un archivio tridimensionale che racconta più di un secolo di costume. Sfogliare questa collezione è come percorrere la storia della moda tra curve, tese e falde.

Non stupisce che tanta maestria abbia conquistato passerelle e palcoscenici internazionali: dalle grandi maison come Valentino e Givenchy, fino a icone pop del calibro di Madonna e Lady Gaga, senza dimenticare il prestigio teatrale del Teatro alla Scala.

In questa intervista entriamo nel suo mondo: quello dove ogni testa ha la propria architettura e ogni cappello, prima di essere moda, è un puro gesto di carattere.

Noi di 7030 Beauty Factor abbiamo definito l’aspetto di una persona come una formula: 70% bellezza interiore e 30% bellezza esteriore. Cosa ne pensi? Riflette la tua visione o ne hai una più personale?

Penso che la bellezza esteriore sia tutto, ma solo se intesa come manifestazione di ciò che siamo dentro, al di là delle percentuali. L’animo fa l’aspetto: è il nostro mondo interiore che modella il corpo, lo sguardo, il gesto. Non credo in una separazione netta tra interno ed esterno, perché ciò che vive dentro di noi inevitabilmente emerge e si rende visibile. L’esteriorità diventa così una conseguenza naturale, non un obiettivo da raggiungere.

Cosa significa per te la parola bellezza?

Per me la bellezza ha una sola risposta: la natura. 

È l’origine di tutto, il primo e più potente linguaggio estetico che esista. La natura ha già fatto e detto tutto, senza bisogno di correzioni o sovrastrutture, soprattutto nel miracolo della bellezza. È equilibrio spontaneo, imperfezione perfetta, forza e delicatezza che convivono. Osservarla significa riconoscere un’armonia che non ha bisogno di essere spiegata né giustificata. È una bellezza che non chiede consenso, non segue mode, ma esiste semplicemente perché è vera.

In che misura e in che modo il tuo pensiero e il tuo modo di essere hanno influenzato la tua vita fino ad oggi?

Le mie mani, come è giusto che sia, si muovono in sintonia con il mio pensiero e con il mio cuore. Non potrei immaginare una separazione tra ciò che penso, ciò che sento e ciò che faccio. Tutto quello che realizzo nasce da questo allineamento profondo e riflette inevitabilmente la mia identità. Il mio lavoro diventa così una traccia concreta del mio percorso interiore: ogni forma, ogni gesto, ogni scelta racconta il mio modo di essere e di stare nel mondo. In questo senso, la mia vita è sempre stata guidata dalla coerenza tra pensiero e azione, senza filtri e senza compromessi.

Cosa ti ha portato ad avvicinarti al mondo della moda e, in particolare, ai cappelli? Quale esperienza ti ha fatto percorrere questa strada?

Direi il caso, se non fosse che non credo al caso. Credo, piuttosto, al credo. Il cappello mi ha attratta per il suo forte valore simbolico: è segno di identità, di riconoscimento, di appartenenza, sia estrinseca che intrinseca. È un oggetto che racchiude piacere, bellezza e significato. Le sue infinite possibilità espressive –nelle forme, nei materiali, nei colori– e soprattutto la fusione psicologica che si crea con chi lo indossa, hanno catturato la mia attenzione sia come pensiero sia come pratica creativa.

Il cappello è un elemento che modifica immediatamente la percezione di chi lo indossa. Secondo te, cosa cambia prima: lo sguardo degli altri o il modo in cui una persona si sente dentro di sé?

Il cappello amplifica il nostro modo di essere e di porci verso gli altri. È comunicazione pura. Rappresenta un accento su di noi: racconta chi siamo, cosa pensiamo, come ci relazioniamo al mondo. A volte cambia prima il nostro sentire interiore, altre volte è lo sguardo degli altri a rimandarci un’immagine diversa di noi. Ma in ogni caso, il cappello mette in dialogo interno ed esterno.

Pensi che l’abbigliamento sia anche una sorta di rituale, un gesto che accompagna cambiamenti interiori?

L’abbigliamento è la nostra cartina tornasole. Può metterci a nudo oppure schermarci dal mondo intero. È una maschera, ma anche una rivelazione. Ci si può vestire da se stessi oppure da dio. La vera differenza sta nel modo in cui scegliamo di presentarci e in come, invece, veniamo realmente percepiti. In questo senso, vestirsi è sempre un gesto rituale, consapevole o meno.

Il tuo lavoro nasce dalle mani, dal tempo e dall’esperienza, dalla sensibilità. Quanto questo oggetto racconta qualcosa di più profondo, anche di te?

Ciò che creo mi riflette profondamente. Non ho filtri e non penso a cosa ci si aspetti da me o a cosa possa piacere al mercato, anche quando questo può andare a mio discapito. Attraverso ciò che realizzo –non solo cappelli, ma anche forme di legno scolpite per cappelli o ceramiche– ricerco l’armonia. In particolare, l’armonia del contrasto, che per me è il modo più autentico di avvicinarmi alla natura e alle sue infinite manifestazioni.

In un mondo che corre veloce e produce immagini in serie, tu lavori su pezzi unici, lenti, irripetibili. Che valore ha oggi la lentezza, non solo nel fare, ma anche nel vivere?

Fare l’artigiano oggi è un atto controcorrente. Per realizzare artigianalmente serve tempo, e il tempo è ciò che ha ormai più valore in qualsiasi analisi di costi. Per questo l’artigianato sembra non avere più un “giusto prezzo”. Ma il valore non sta nel guadagno: sta nella sfida al concetto di massa, nel bisogno profondo di esprimersi e di lasciare un segno. Lasciando le nostre impronte, lasciamo impresso il nostro DNA. Questo ci fa sentire realizzati, in pace con il mondo e, in qualche modo, anche un po’ immortali.

C’è un pensiero, una frase, un consiglio, un’immagine, una canzone o anche un cappello particolare, che vorresti lasciare alla fine di questa intervista come tuo messaggio personale sulla bellezza?

Vorrei scrivere un libro per bambini, e ne citerò semplicemente il titolo, perché mi sembra esaustivo per rispondere a questa domanda:

IO SONO IL MIO CAPPELLO.

Ringraziamo di cuore a Patrizia Fabri per il tempo che ci ha dedicato e per aver condiviso la sua visione con 7030 Beauty Factor.

Ci resta un insegnamento prezioso: il cappello non è un semplice vezzo estetico, ma il riflesso della nostra identità (e bellezza) più profonda.

Autore: Reo Aromi