L’urlo di civiltà: Perché non possiamo fare a meno delle parolacce.

di Reo Aromi

Immaginate la scena: circa ventimila anni fa, un nostro antenato sta cercando di accendere il fuoco con una pietra focaia particolarmente ostica. Così inizia a innervosirsi. Ed ecco che, con tutta la forza dell’impazienza, il sasso finisce dritto sull’indice. In quel momento, nel silenzio della savana, non nasce una preghiera, ma un urlo viscerale, un suono aspro che serve a scaricare la tensione accumulata. Ecco, molto probabilmente, la prima parolaccia della storia è nata esattamente così.

Secondo molti antropologi infatti, il turpiloquio non è affatto un segno di decadenza linguistica, ma uno dei pilastri della nostra evoluzione. Prima ancora di imparare a coniugare i verbi o a discutere di filosofia, l’essere umano ha avuto bisogno di un vocabolario d’emergenza. Un sistema di suoni che sostituisse il morso o il graffio. 

Come diceva qualcuno di molto acuto, la civiltà è iniziata quando il primo uomo ha deciso di scagliare un insulto al posto di una lancia.

Ma penso che ci sia un aspetto ancora più affascinante che rende le parolacce un fenomeno unico: il loro incredibile potere sociale. 

Vi è mai capitato di trovarvi all’estero, magari in un contesto formale o un po’ rigido, e di veder crollare ogni barriera non appena pronunciate (magari con una pronuncia discutibile) una parolaccia nella lingua locale? Qualcosa che avete colto in un film visto in lingua originale per esempio, qualcosa che solo i locali dicono quando sono tra di loro.

Ecco, in un istante, la diffidenza scompare e scoppia una risata. Perché? Perché la parolaccia è il linguaggio della “verità”. È come se dicessimo all’altro: “Vedi? Non sto cercando di impressionarti, sono umano quanto te”. Funziona come un collante universale, una scorciatoia emotiva che trasforma due estranei in complici. È il segnale che la guardia è abbassata e che ci si può finalmente rilassare.

Dal latino ai dialetti regionali, le imprecazioni hanno attraversato i secoli resistendo a censure, roghi e punizioni. Sono vecchie quanto noi e, probabilmente, ci sopravviveranno. Ma perché alcune parole “sporche” ci danno così tanto sollievo? 

E perché il nostro cervello sembra riconoscerle con una velocità superiore a qualsiasi altra parola del dizionario?

C’è qualcosa di quasi magico (o forse di puramente biologico) che accade dentro di noi quando pronunciamo quel fatidico “vaffanculo” dopo una giornata storta. 

Non è solo questione di maleducazione; è un vero e proprio meccanismo di sfiato che impedisce alla nostra “pentola a pressione” interna di esplodere.

E sapevi che esiste un motivo scientifico per cui imprecare ti permette di sopportare meglio il dolore fisico? O che le parolacce non vengono elaborate nella stessa zona del cervello in cui conserviamo la grammatica e la sintassi?

 

Se hai voglia di approfondire questo argomento e comprendere cosa c’è di scientifico e bello dietro alle parolacce, iscriviti al 7030 Circle e questo giovedì, puntuale alle 8:30 del mattino, riceverai il nostro bel… vaffanculo!!!

 

Autore: Reo Aromi