Il nome tecnico di questo fenomeno è “enclothed cognition“, letteralmente “cognizione vestita”, ed è stato coniato nel 2012 da due psicologi della Northwestern University, Hajo Adam e Adam Galinsky, in uno studio diventato ormai un piccolo classico.
L’esperimento è semplice quanto geniale.
Un gruppo di studenti indossa un camice bianco identico per tutti, ma a metà dei partecipanti viene detto che si tratta di un camice da medico, mentre all’altra metà viene raccontato che è un camice da pittore. Il tessuto, il taglio, il colore sono esattamente gli stessi, eppure chi crede di indossare il camice del medico ottiene risultati nettamente migliori nei test di attenzione e concentrazione rispetto a chi pensa di avere addosso quello di un pittore.
Il vestito, in altre parole, non cambia solo come ci vedono gli altri, cambia letteralmente come funziona la nostra mente in quel momento.
Da quello studio in poi la ricerca non si è più fermata.
Il professor Abraham Rutchick della California State University ha scoperto che indossare abiti più formali porta le persone a pensare in modo più ampio, più astratto, più strategico, e a sentirsi persino più autorevoli durante una negoziazione. Altri ricercatori, Francesca Gino, Michael Norton e Dan Ariely, in uno studio dal titolo evocativo, “Il sé contraffatto“, hanno dimostrato che indossare capi che si crede siano falsi, anche quando in realtà sono autentici, modifica il comportamento delle persone, rendendole più inclini a comportamenti disonesti, come se percepirsi “non del tutto genuini” nell’aspetto, finisse per contaminare anche il modo in cui ci comportiamo.
Sono esperimenti che raccontano una verità piuttosto scomoda per chi pensa alla moda come a un vezzo frivolo: gli abiti non si limitano a raccontare chi siamo, in parte contribuiscono a costruirlo, momento per momento, scelta dopo scelta.





