Si chiama Georges Rousse, è nato a Parigi nel 1947, ed è al tempo stesso pittore, scultore e fotografo, anche se nessuna di queste etichette da sola gli rende davvero giustizia.
Il suo materiale preferito non è la tela né il marmo, ma lo spazio stesso. Cerca edifici abbandonati, fabbriche dismesse, ospedali in disuso, luoghi che la città ha deciso di dimenticare o sta per cancellare del tutto e li elegge a suo studio temporaneo.
In un’intervista si è definito una sorta di archeologo, interessato proprio a quell’architettura che ormai non interessa più a nessuno. Il paradosso è che proprio quei luoghi condannati diventano, nelle sue mani, l’occasione per qualcosa di inaspettatamente vivo.
Il suo metodo di lavoro è tanto paziente quanto sorprendente.
Rousse entra in questi ambienti fatiscenti e comincia a dipingere direttamente su pareti, scale, tubature, porte, superfici irregolari e piene di storia, usando colori decisi e forme geometriche essenziali: cerchi, quadrati, linee pure. Non lo fa in modo casuale. Ogni intervento è calcolato secondo le regole dell’anamorfosi, quella tecnica antica che permette a un’immagine distorta di ricomporsi perfettamente solo se osservata da un punto preciso nello spazio.
Muovetevi anche solo di qualche passo rispetto a quel punto e l’illusione si spezza e tornano a essere visibili tubi, crepe, macerie, il caos originario dell’edificio. Restate fermi esattamente lì, invece, e all’improvviso tutto si allinea in una forma pura che sembra fluttuare a mezz’aria, sospesa tra le rovine.





