Poco più avanti, qualcuno sorride passando. Un gesto minimo, quasi involontario, ma capace di scombinare il racconto che era in corso in me. Anche se non lo contraddice del tutto.
Scendo le scale con quella sensazione familiare di restare un po’ indietro rispetto a me stessa. Non è fretta. È piuttosto come se qualcosa dentro stesse ripassando vecchie scene mentre il corpo continua ad avanzare. Quando apro il portone del palazzo, l’aria è quella di sempre. Le stesse strade. Gli stessi orari. La stessa gente che si incrocia senza guardarsi troppo.
Cammino. All’inizio cerco di non ascoltarmi. Poi diventa impossibile. La voce compare in frasi sparse, senza ordine, commentando cose che non stanno accadendo ora. Non è dura, ma non è nemmeno gentile. Indica dettagli, interpreta gesti, anticipa risposte a domande che nessuno ha ancora fatto.
Al semaforo, qualcuno sostiene il mio sguardo per un secondo di troppo. Non c’è un gesto, non c’è un’intenzione chiara, ma qualcosa si attiva. Un breve disagio, quasi automatico, come se quella scena così piccola confermasse un sospetto che andava già formulandosi dentro di me. Non so cosa stia pensando quella persona. Ciò che noto, invece, è come il corpo reagisce prima ancora che io riesca a tradurre tutto questo in parole, o pensieri.
Ma introduce una crepa. Per qualche passo, la voce interiore perde fermezza, come se non fosse più così sicura che la sua versione sia l’unica possibile.




