Come mi guardo e come guardo il mondo.

di Laura Fernández Valcárcel

Esco di casa una mattina qualunque. Non è successo nulla. Non ho discusso con nessuno, non ci sono cattive notizie, non accade niente che giustifichi quel nodo che è già lì, prima ancora di girare la chiave. Eppure, lo avverto nel corpo, come se fosse iniziata una conversazione senza preavviso e ora non ci fosse modo di interromperla.

Poco più avanti, qualcuno sorride passando. Un gesto minimo, quasi involontario, ma capace di scombinare il racconto che era in corso in me. Anche se non lo contraddice del tutto.
Scendo le scale con quella sensazione familiare di restare un po’ indietro rispetto a me stessa. Non è fretta. È piuttosto come se qualcosa dentro stesse ripassando vecchie scene mentre il corpo continua ad avanzare. Quando apro il portone del palazzo, l’aria è quella di sempre. Le stesse strade. Gli stessi orari. La stessa gente che si incrocia senza guardarsi troppo.

Cammino. All’inizio cerco di non ascoltarmi. Poi diventa impossibile. La voce compare in frasi sparse, senza ordine, commentando cose che non stanno accadendo ora. Non è dura, ma non è nemmeno gentile. Indica dettagli, interpreta gesti, anticipa risposte a domande che nessuno ha ancora fatto.

Al semaforo, qualcuno sostiene il mio sguardo per un secondo di troppo. Non c’è un gesto, non c’è un’intenzione chiara, ma qualcosa si attiva. Un breve disagio, quasi automatico, come se quella scena così piccola confermasse un sospetto che andava già formulandosi dentro di me. Non so cosa stia pensando quella persona. Ciò che noto, invece, è come il corpo reagisce prima ancora che io riesca a tradurre tutto questo in parole, o pensieri.
Ma introduce una crepa. Per qualche passo, la voce interiore perde fermezza, come se non fosse più così sicura che la sua versione sia l’unica possibile.

Continuo a camminare. Le facciate non sono cambiate. I negozi sono aperti come al solito. Nulla suggerisce che questo giorno sia diverso dagli altri. Eppure, qualcosa sta cambiando.
Il dialogo interiore è ancora lì, ma è più silenzioso. Non mi spinge più da davanti, mi accompagna in modo meno invadente.

Entro in un bar. Il cameriere tarda a servirmi. Normalmente quel ritardo basterebbe a caricare di nuovo la giornata di significato. Oggi avverto l’impulso, ma non arriva a concretizzarsi.
Quando finalmente mi parla, il suo tono è neutro, corretto. Mi ascolto rispondergli senza tensioni aggiunte, senza il bisogno di marcare il territorio. Lo scambio è semplice. E proprio per questo, sufficiente.

Uscendo, il rumore della strada non mi colpisce più allo stesso modo. Incrocio qualcuno che cammina in fretta e mi urta il braccio involontariamente. Non si scusa. Per un istante affiora la vecchia interpretazione, quella che sa sempre cosa fare di questi gesti.
Ma stavolta non si insedia. E il corpo continua ad avanzare senza trascinare la scena con sé.

Ed è allora che compare un’idea scomoda: il mondo non è cambiato affatto.

Ciò che è cambiato è il punto da cui lo sto guardando. Il tono con cui parlo a me stessa mentre cammino. La storia che vado narrando senza rendermene conto. Quella storia non resta chiusa dentro. Filtra nei gesti, nel modo di occupare lo spazio, nel modo in cui gli altri rispondono, anche quando non sanno perché.

Quando arrivo a destinazione, il giorno è ancora lo stesso di quando sono partita.
Non è accaduto nulla di straordinario. Eppure, non pesa più allo stesso modo. Non perché sia migliore, ma perché è diventato abitabile.
A volte penso che sia così che si costruiscono i giorni: non per ciò che accade, ma per ciò che cammina con me mentre accade. Non è il mondo a pesare per primo, sono io a entrarvi con una storia già iniziata, con un tono deciso in anticipo, con un modo concreto di guardarmi, che poi proietto fuori.

La cosa inquietante non è scoprire che questo accade, ma rendersi conto di quante volte ho lasciato casa senza prestare attenzione al luogo interiore da cui partivo. Quante volte ho varcato quella soglia con una versione di me stessa sotto controllo, convinta di stare solo reagendo a ciò che accadeva fuori, quando in realtà ero già io a dettare il ritmo.

La giornata non inizia quando succede qualcosa.
Inizia molto prima.
Inizia in quel dialogo silenzioso che si attiva ancor prima di girare la chiave. E a volte, la cosa più decisiva non è ciò che mi aspetta là fuori, ma chi sono io quando esco per andargli incontro.

 

Autore: Laura Fernández Valcárcel

Photo by ©Dzmitry Tselabionak | ©Ahmed MIwVwI3park | Unsplash+